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Eccola lì Tulip (o meglio Queeney, il suo vero nome): la sua foto in bianco e nero campeggia sulla copertina di questo romanzo e ne costituisce, in un certo senso, il prologo e la sintesi. Perché in quell’immagine splendida – Ackerley in piedi, appoggiato a un muro, le mani in tasca, lo sguardo verso l’obiettivo e lei, bellissima, che dà le spalle al fotografo e protende il muso e gli occhi adoranti verso di lui –  c’è già tutta l’essenza del rapporto d’amore esclusivo che per ben sedici anni e mezzo legò il letterato inglese (1896-1967) al suo cane.
Se quest’opera avesse un sottotitolo, questo potrebbe essere: “I maneggi per maritare una… cagnetta”: nella maggior parte del romanzo, infatti, Ackerley racconta con apprezzabile humour le sue vicissitudini in occasione dei periodici calori di Tulip e i molti tentativi di farla accoppiare con un cane idoneo alla bisogna. Quando, finalmente, l’impresa riesce e Tulip rimane incinta, Ackerley parla di lei e dei mutamenti del suo corpo e del suo carattere con accenti che più del solito suonano commossi e poetici, sebbene talvolta alcuni dettagli appaiano un po’ troppo prosaici, quando non addirittura morbosi.
Ackerley non cerca di giustificare la sua ossessione d’amore per Tulip né di convincere il lettore dell’assoluta bontà dell’universo canino: si limita a raccontarci la sua esperienza, a condividere con il lettore il senso di pienezza e di stupore che la convivenza con un cane riesce a dargli, cercando di penetrare per se stesso e per gli altri, questo sì, il misterioso e affascinante mondo psicologico di Tulip e dei suoi simili.

(Monica Anelli)

 

Il genere è stato definito dal curatore del libro Giancarlo De Cataldo, “noir italiano”. Una raccolta di racconti dei migliori scrittori del genere. Tutte le storie, gradevoli e scorrevoli alla lettura, presentano una gamma di stili apprezzabili nell’intenzione di narrare spaccati di realtà sociali. I racconti più interessanti sono quelli giocati su un intrigante surrealismo che non può dispiacere neppure al più realista dei lettori. Un libro che si lascia leggere senza pretese, ma può indurre anche a riflettere su un mondo incentrato più sull’apparire che sull’essere.

(Teresa Ducci)

 

E’ nell’inquieto scenario della società cilena che si svolge la storia di due giovani giornalisti impegnati entrambi nella stessa indagine.
Una ragazza, Evangelina, raccoglie intorno a sé una folla di devoti richiamati dai suoi stati di trance.
Irene e Francisco, che si trovano ad indagare sullo stesso, strano fenomeno, sono testimoni involontari di una incursione militare per sedare l’isterismo della folla, ma che finisce con il sequestro e la scomparsa della ragazza.
I due giornalisti, intenzionati a ritrovare la ragazza, si trovano a dover affrontare il regime militare imbattendosi in situazioni ancora più complesse e terribili della vicenda da cui era partita la loro indagine.
Le loro rivelazioni e scoperte non sono gradite ai militari che fanno del tutto per ostacolare le loro indagini fino a costringerli ad emigrare. L’intenzione di Irene e Francisco di mettere a nudo gli orrori della dittatura sembra risolversi in un apparente fallimento.
L’esperienza vissuta, le realtà scoperte, la coscienza acquisita di una realtà politica disumana rende sempre più forte in loro la determinazione di sconfiggere il regime
Una storia che contrappone le vicende di una efferata dittatura, attraverso rivelazioni e descrizioni di orrori inquietanti, alla solarità di un rapporto di amicizia, di fiducia tra Irene e Francisco che si consolida sempre più sui principi etici e sugli ideali politici comuni e che matura in una relazione d’amore.

(Teresa Ducci)

 

 

Può un genitore sopravvivere al proprio figlio? Può continuare ad assaporare il profumo ed il sapore di un caffé, a bere con gli amici un sorso di vino, ad addormentarsi ogni sera per risvegliarsi al mattino… senza sentirsi disperatamente colpevole di poter godere di ciò che al figlio è ormai negato per sempre? Isabel Allende affronta quest’esperienza estrema quando la figlia Paula, a 28 anni, si ammala e muore, dopo un anno di coma, per una malattia dal nome simile al titolo di un romanzo, come quelli che scrive sua madre: porfiria. Ed è un discendere all’inferno, un lento distacco del corpo prima, dello spirito dopo, un allontanamento sempre più inesorabile. Per riappropriarsi, almeno in parte, di sua figlia, per “distrarre la morte”, la Allende parla in un linguaggio muto con lei, le racconta tutto ciò che sa della loro famiglia, tutto ciò che ha vissuto e provato, per riagganciarla, con il ricordo, alla vita che vuole sfuggirle. È un romanzo diverso dagli altri, altrettanto famosi, della scrittrice, un romanzo che si scontra con il “qui ed ora”, con il dolore fisico e con le esigenze corporali più umili, con la disperazione e l’impotenza. “Paula si sta allontanando dal mondo, è stremata… L’aiuterei a morire, se sapessi come fare…”. La Allende fa sì che Paula resti viva nel ricordo attraverso la parola scritta, perché questo è forse anche l’unico modo in cui lei stessa può continuare a lasciarsi vivere.

(Gabriella Nasi)

 

                                                      

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