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Da tempo vado inseguendo libri che parlano di donne: figure femminili della storia, della letteratura, dell’arte, spesso famose, a volte quasi o del tutto sconosciute.
Questo romanzo non mi ha delusa: vi si respirano la curiosità e la passione con le quali, per anni, Alexandra Lapierre ha seguito le tracce, spesso molto labili, della vita di Artemisia Gentileschi, pittrice. La incontriamo bambina, nella bottega del padre Orazio, il suo maestro: il pennello in mano, lo sguardo fiero, le forme già prepotenti. Ne seguiamo le passioni, gli amori, i drammi: la morte della madre quando lei è ancora adolescente, la violenza subita da un amico del padre e il successivo processo, che si concluderà con la condanna dell’uomo, la morte di due figli. Su tutto, il rapporto ambiguo, morboso, sofferto con il padre: di volta in volta complici e rivali, fino alla fine si cercano e si respingono. Artemisia, la puttana, la figlia ingrata, l’allieva che rischia di sottrargli la fama, la donna che gli sfugge e lo intriga… Artemisia, ostinata e incrollabile, riuscirà a spezzare quella catena e ad affermare la sua indipendenza di donna e d’artista.
La ponderosa mole di documentazione storica che accompagna il romanzo non appesantisce ma semmai dà spessore alla storia, che sulle orme della pittrice ci fa rivivere il clima delle grandi corti secentesche italiane ed europee.

(Monica Anelli)

"Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra".
Questo è in un certo senso un’opera prima; Levi aveva appena lasciato il lavoro di chimico, che gli aveva salvato la vita nel lager e che aveva esercitato con grande passione finché non si era deciso a fare della scrittura il suo mestiere. Non è casuale che questo romanzo sia dedicato al lavoro, anzi alla passione per il lavoro. Il protagonista, Faussone, ha lasciato il lavoro sicuro alla catena di montaggio, ha rinunciato ad avere una famiglia e se n’è andato per il mondo con la sua “chiave a stella”, a montare gru, ponti sospesi, impianti petroliferi. Racconta le sue avventure con la curiosità e la disponibilità di chi vuole conoscere e imparare, ma con l’orgoglio di chi ama il lavoro ben fatto e ci mette l’anima. Il linguaggio di Faussone è un divertente miscuglio di parole piemontesi, termini tecnici ed espressioni gergali di tutto il mondo. È un libro ricco di allegria e di speranza: in un’epoca storica in cui andava già di moda il rifiuto del lavoro, il protagonista incarna l’uomo convinto che l’impegno, la competenza professionale, la pazienza e la voglia di imparare, siano “la chiave a stella” che raddrizza ogni bullone storto.
"Il piacere di veder crescere la tua creatura, [...] che dopo finita la riguardi e pensi che forse vivrà più a lungo di te, e forse servirà a qualcuno che tu non conosci e che non ti conosce. Magari potrai tornare a guardarla da vecchio, e ti sembra bella, e non importa poi tanto se sembra bella solo a te, e puoi dire a te stesso 'forse un altro non ci sarebbe riuscito'".

(Daniela Borsato)

 

                                                      

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