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NARRATIVA MM-MZ
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Autore: Alberto Moravia
Titolo: Racconti romani
Editore: Bompiani
Anno: 1954
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Lo scenario è quello della Roma anni ’50, una città
ancora sonnacchiosa e sbigottita nella fase caotica della ricostruzione
postbellica, un agglomerato di case e di vie brulicanti di piccola gente
alla ricerca di una propria identità. I racconti sono storie di ordinaria
follia, spaccati di vita senza fuochi e senza eroi: bottegai, impiegatucci,
commessi, spiantati e nullafacenti compongono un popolo multiforme ma
ugualmente disorientato e impreparato anche di fronte alla quotidianità
della vita. Per tutte queste persone, ciascuna chiusa in un piccolo mondo
che spesso non supera gli orizzonti di un quartiere, ciascuna aggrappata
alla sua personale vicenda, ogni narrazione assume la dimensione dell’epica,
tanto che il libro potrebbe a buon diritto definirsi l’epopea della piccola
e piccolissima borghesia italiana del secondo Dopoguerra.
Per quanto l’ambientazione sia quella della capitale, tanti sono gli indizi
che rimandano alla mentalità ancora gretta e provinciale dell’ “Italietta”:
l’impostazione maschilista e patriarcale della società e della famiglia (la
moglie per fare la spesa deve sempre chiedere i soldi al marito; la donna è
ancora vista come un misto di pudore, pregiudizi e passione repressa,
eccetera), le invidie e le ripicche meschine di vicinato, un fondo di
moralismo, di buonismo e di senso di colpa che emerge anche dai pensieri e
dalle azioni peggiori.
Lo stile di Moravia, nella tradizione propria del Neorealismo, è asciutto,
immediato e senza fronzoli; le narrazioni sono tutte in prima persona e
danno l’impressione di un colloquio di ogni personaggio con se stesso
piuttosto che con il lettore, quasi in una sorta di bilancio di vita o di
presa di coscienza, sempre piuttosto amara, del proprio essere.
(Paola Lerza) |
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Autore: Michela MURGIA
Titolo: Accabadora
Editore: Einaudi
Anno: 2009
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A Soreni, luogo immaginario di una Sardegna della metà
del secolo scorso, vive Bonaria Urrai, la vecchia sarta del paese, “vedova
di un marito che non l’aveva mai sposata”. La donna porta a vivere con sé la
piccola Maria, ultima di quattro figli di una famiglia di conoscenti e ne fa
così la sua fill’e anima, la sua figlia adottiva ed erede, secondo un’usanza
un tempo molto diffusa nell’isola: “Fillus de anima. È così che li chiamano
i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità
di un’altra”. Tzia Bonaria ama teneramente la bambina alla quale, tuttavia,
nasconde per anni un pesante segreto: in certe notti, coperta dal suo
scialle nero, la donna scivola veloce nelle vie del paese, bussa, attesa,
all’uscio di case nelle quali una vita sta per spegnersi e lei, l’accabadora
– dallo spagnolo acabar, finire – dispensa con mano pietosa la dolce
morte. Quando, ormai grande, Maria capisce finalmente la sconvolgente
verità, abbandona precipitosamente la madre adottiva e la sua terra, ma alla
fine sarà costretta a tornare e a fare i conti col proprio destino.
Una Sardegna atavica rivive nella lingua asciutta e al tempo stesso
evocativa di Michela Murgia, nel ritratto di una comunità chiusa nella
tacita accettazione di rituali e regole non codificati ma da tutti condivisi
e nella potenza di un personaggio come la vecchia Tzia Bonaria, moderna
Parca dispensatrice di vita e di morte, “ultima madre” (questo in origine il
titolo dell’opera voluto dall’autrice, poi cambiato per scelta dell’editore)
per tanti moribondi. Il mito dell’accabadora, figura misteriosa
dell’immaginario sardo a metà tra leggenda e realtà, resiste al tempo e si
riveste di significati nuovi, anche alla luce di recenti fatti di cronaca.
Riflessione sulla vita e sulla morte, sul significato dell’essere figli e
madri, sulla potenza e sul potere della figura femminile, questo romanzo
incanta grazie all’abile intreccio della trama e al potere allusivo delle
parole, che rivestono il racconto di suoni, odori e immagini di una Sardegna
arcaica eppure ancora straordinariamente viva.
(Monica Anelli) |
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