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Dopo “Il sergente nella neve”, pubblicato nel 1953, Rigoni Stern dovette aspettare il 1962 per essere riconosciuto come vero scrittore, fuori dai limiti del racconto di memoria.
“Il bosco degli urogalli” è un libro di racconti in gran parte ambientati sull’altipiano di Asiago: storie di caccia, di guerra, di animali e boschi. Protagonista assoluta è la natura, a cui appartengono anche gli uomini dell’altipiano, con le loro storie di povertà, emigrazione, fatica.
Io trovo straordinario il primo racconto “Di là c’è la Carnia”. Il protagonista torna a casa dalla prigionia attraversando a piedi mezza Europa senza pronunciare una parola; l’unica voce è quella del vecchio zio, che lo accoglie dopo anni di lontananza: - Domani dobbiamo zappare le patate.
Racconti di gesti elementari, di gente radicata alla propria terra come i larici dell’altipiano, ma nonostante questo o proprio per questo capace di esprimere valori universali.

(Daniela Borsato)

Luoghi molto diversi e lontani tra loro: l’altipiano di Asiago, la Russia, Versailles, l’Istria, la Puglia… Tempi diversi e distanti: dai giochi dell’infanzia alle prime esplorazioni della montagna, ai ricordi della Grande Guerra, all’altra terribile guerra vissuta dagli alpini in Russia e dai partigiani sull’altipiano, ai nostri giorni distratti e superficiali. Storie e percorsi scanditi dal passare delle stagioni. La protagonista assoluta è la natura: gli alberi, i frutti, gli animali della montagna, le nevi, il sole, il mare. Uno sguardo attento e amoroso ad ogni particolare, ad ogni voce, ogni traccia. Rigoni Stern conosce e racconta la vita e la morte di ogni creatura con il rispetto e l’affettuosa partecipazione di un uomo che ha imparato che cosa sia veramente importante. Lo stesso armonioso rispetto è consegnato in dono agli uomini silenziosi e forti che in questi luoghi sono vissuti, hanno faticato e sofferto o si sono perduti nell’atroce assurdità delle lontane stagioni della guerra.
Sono sicura che dopo aver letto questo libro vi verrà il desiderio di accompagnare l’autore a camminare nei boschi dell’altipiano. Ma dovrete imparare a stare in silenzio, se volete vedere le pernici bianche e l’urogallo alzarsi in volo.

“ Chi cerca di non perdere tempo, si perde. Quando faccio le mie passeggiate in montagna, cammino col passo e col pensiero. Camminando mi ricordo di fatti vissuti o raccontati. E mi viene voglia di scriverne.” (da un’intervista all’autore)

(Daniela Borsato)

Sull’altipiano di Asiago, per secoli, si è parlata “l’antica lingua”: un dialetto di origine tedesca, portato dai boscaioli bavaresi che si stabilirono anticamente in queste valli ed erroneamente furono chiamati Cimbri. Tönle, invece, di lingue ne parla molte: per tutta la vita è stato un fuggiasco, da quando ha ferito una guardia di finanza ed è stato costretto a lunghi periodi di emigrazione clandestina in tutta Europa. Ma Tönle torna sempre, di nascosto, tutti gli inverni, alla sua casa dell’altipiano, sul tetto della quale è cresciuto un ciliegio. Vende stampe in Russia, coltiva giardini a Praga, ma torna sempre a casa. Passano gli anni, arriva l’amnistia, ma per Tönle è tardi: è vecchio, i figli sono grandi, la moglie muore. È il 1915, scoppia la guerra: Tönle continua a fare il pastore e a vivere nella casa del ciliegio, ostinatamente ignora gli inviti a sfollare con gli altri, sempre più arrabbiato e solitario, tra i massacri e le distruzioni, rimane a difendere la sua antica civiltà di uomo di confine che i confini ha sempre ignorato. Viene fatto prigioniero dagli austriaci, fugge, si avvia di nuovo a piedi verso casa, la trova distrutta, fugge di nuovo e trova infine la pace appoggiato a un albero, con la sua pipa spenta.
Di questo libro mi piace il silenzio che avvolge il protagonista, uomo di molti mestieri e di molte lingue, che tace e cammina solitario tra le foreste dell’altipiano e quelle del mondo, ma si difende dalla stupidità del potere percorrendo un’unica strada, quella che lo riporta al solo luogo al mondo a cui sa di appartenere.

(Daniela Borsato)

 

Questo romanzo ha come sottotitolo “Un capriccio veneziano”. Ed è appunto un capriccio, una favola volutamente sconclusionata. In una Venezia più che mai decadente e decaduta si muovono personaggi da fumetto. Ralph Satori, ambiguo miliardario giapponese che vuole imporre al sindaco Ursula Liaghi un fantastico piano per salvare la città; Lee Miller, famosa telegiornalista in fuga dal passato; Gianluca Crema, cronista alle prime armi, impacciato quanto basta ma coraggioso al momento giusto Spritz, il barista ex-galeotto; alcuni fantasmi di buona volontà.
Inutile cercare la logica in questo strampalato racconto; tra apocalittiche invasioni di “pantegane” che fanno il surf in Canal Grande, acque alte catastrofiche, colpi di scena fantasiosi, fino all’improbabile lieto fine, tra un piatto di “sardele in saor” e un’”ombra” di vino bianco, ci si diverte un mondo nel vedere il coraggio, l’integrità e il senso dell’umorismo avere la meglio sull’arroganza dei potenti. Particolarmente appuntita la penna dell’autore nel raccontare di giornalisti cinici e voltagabbana.
Un capriccio che ha come protagonista una città straordinaria, prigioniera di un grande passato, dove si aggirano i fantasmi, le “ombre”, di Byron e Giordano Bruno. E per una volta niente luoghi comuni su Venezia che muore, meno male.

(Daniela Borsato)

In un’Austria che va dalla vigilia della prima guerra mondiale all’umiliante sconfitta e all’apparire delle nuove ideologie naziste, il giovane Francesco Ferdinando Trotta vive da spettatore estraneo al di fuori del proprio tempo e della nuova realtà storica che nasce e si espande sulla distruzione dell’impero austro-ungarico.
Ultimo erede di una famiglia dalle umili origini, divenuta nobile in virtù delle gesta eroiche di uno zio, Sottotenente di fanteria, che nella battaglia di Solferino aveva salvato la vita all’imperatore Francesco Giuseppe, il frivolo Trotta abituato a vivere alla giornata, o meglio “alla nottata perché di giorno dormiva”, frequenta l’allegra compagnia di giovani aristocratici condividendone “la scettica leggerezza, la malinconica presunzione, la colpevole ignavia, l’arrogante dissipazione” , incapace di cogliere i sintomi di un impero che sta morendo.
L’esperienza della guerra da cui esce “vivo per errore”, è il germe della consapevolezza delle responsabilità individuali e collettive dei cambiamenti e della caduta, ma anche il momento della rassegnazione di chi per scelta o inettitudine continua a vivere nel suo ruolo di spettatore. Al suo ritorno ritrova un mondo sconosciuto, per sopravvivere si lascia trascinare - dalla moglie e dal suocero- in imprese destinate al fallimento ancor prima della loro nascita. Sempre più solo ed estraneo agli avvenimenti che lo circondano, vede andare in frantumi tutti i valori di un mondo sicuro e confortevole nel nome di una ragione violenta e individualista; perso e sconfitto, scende nella Cripta dei Cappuccini, luogo che raccoglie le tombe degli imperatori dell’Austria, per porsi una domanda che non ha risposta “Dove devo andare, ora, io un Trotta?...”.
Qualcuno ha definito il libro come un canto d’amore per l’Austria imperiale e asburgica, tuttavia Roth non esprime giudizi o condanne, si limita a descrivere con lucida consapevolezza di narratore e di protagonista una realtà che gli appartiene e che ha segnato la sua vita.

(Lucia Bartoli)

Non ricordo il motivo, o forse non l’ho mai saputo,  ma per la mia generazione questo libro era un cult. Parlo della generazione del ’77, quella che la parola “cult” non la conosceva proprio. Era, comunque, una lettura obbligatoria. Come il pernod. Che, detto tra noi, non  piaceva mica a tutti. Ma il libro sì. La storia del clochard Andreas ci incantò.
“Cosa vi incantò, in questa vicenda? Accadde tutto nel 1937, se non sbaglio, quarant’anni prima… I vostri genitori erano forse bambini, non possono aver ricordato… Ma lasciate che mi presenti… Mi chiamo Andreas Kartak e, un numero imprecisato di anni fa, giunsi dalla Slesia in Francia per lavorare nelle miniere. Non ricordo come e quando, arrivai poi a Parigi, a vivere sotto i ponti della Senna. A fare il clochard, insomma.
Era primavera quando feci un incontro che, per quanto possibile, cambiò la mia vita. Un perfetto sconosciuto, di mezza età, elegante, distinto, mi offrì duecento franchi, con l’unica richiesta di restituirli alla “piccola santa Teresa”, nella chiesa di Santa Maria di Batignolles.
Mi sembrava, finalmente, che la mia vita avesse uno scopo, restituire la somma alla piccola Teresa. Ma ogni volta che ero vicino all’adempimento della promessa, lasciavo che qualcuno, qualcosa, me lo impedisse. Chi? Cosa? Vecchi amici ritrovati, donne, grandi bevute di pernod…
Il passato interveniva dolcemente nel presente, sembravano folate di vento ma erano incontri insoliti, ricordi, emozioni. E mi lasciavo lievemente prendere dal vortice, come una foglia di platano in autunno sul Lungosenna, tra malinconia e tenerezza.
Dicono che chi ha raccolto questa storia, un tale Joseph Roth, proveniente come me dall’Est dell’Impero Asburgico, l’abbia fatto per un curioso senso di similitudine con la sua, di storia. Che ne abbia voluto fare una sorta di testamento spirituale…
Dicono tante cose.
Voi vorrete sapere se mi riuscì di mantenere fede a questo voto, così apparentemente inutile… Ci sarà da qualche parte un bistrot ancora aperto, credo. Andiamo a parlarne davanti ad una bottiglia di pernod.”

(Maria Cristina Rosa)

Sarebbe giusto iniziare parlando della vita di Pino Roveredo. Della sua famiglia, della sua giovinezza e proseguire tra sentieri sassosi e relativi ruzzoloni per arrivare al faticosissimo ma lieto fine, per tirare un sospiro di sollievo e far emergere un po’ di buoni pensieri. Di quelli che fanno tanto bene al cuore. Che poi, in tempi come questi, c’è tanto bisogno, vero, di speranza, di riscatto, di superamenti… Vabbè, se volete ‘ste cose vi cercate le notizie sul web. Punto. Anche del libro, certo, si parla anche del libro. E allora che senso ha scrivere/leggere questa recensione? Proprio perché questa non è una recensione. È un libro che virtualmente vi presto… lo metto qui e vi consiglio di leggerlo. Questo in particolare. Un po’ prima degli altri, è breve e si fa presto. Poi sono racconti, se ne possono leggere un paio, a casaccio. Ma non perdete “Mandami a dire”, struggente lettera d’amore non si sa a chi, non si sa dove. E neppure il primo, dedicato ai genitori sordomuti. Nella prefazione di Magris troverete tutto il trovabile. Posso solo, oh quanto umilmente!, aggiungere che il narrare di Roveredo arriva come un morso allo stomaco per diventare carezza al cuore, come il dolore quando diventa arte. Quando la forza di urlare il proprio disagio e le proprie paure è “aliena da ogni pathos moraleggiante e da ogni ideologia dell’impegno” (Magris), si può piangere, sorridere, gioire, senza sentire la melassa nauseante dei buoni pensieri.

(Maria Cristina Rosa)

 

                                                      

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