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Genere: drammatico, religioso
Anno: 2003, Italia/USA
Regia: Mel Gibson
Cast:
la moglie di Pilato: Claudia Gerini
il diavolo Rosalinda: Celentano
Seraphia: Sabrina Impacciatore
Ponzio Pilato: Hristo Shopov
Maria: Maia Morgenstern
Maria Maddalena: Monica Bellucci
Giuda: Luca Lionello
Giovanni: Zebedeo Hristo Jivkov
Gesù: James Caviezel
Sceneggiatura: Benedict Fitzgerald, Mel Gibson
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Maurizio Millenotti
Musiche: John Debney
Data uscita in Italia: 2004
Distribuzione: Eagle Pictures |
La trama in breve:
Ispirandosi ai Vangeli sinottici, Mel Gibson
racconta le ultime 12 ore di Cristo, dall'Orto degli Ulivi (Getsemani) fino
alla morte…
Recensione:
Ha scatenato passioni le più disparate questo film,
alla sua uscita ed ha determinato addirittura schieramenti pro e contro,
accuse di antisemitismo, plausi ad un cattolicesimo più intransigente,
polemiche per il divieto posto dalla censura ai minori di 14 anni…
Io l’ho visto ieri, domenica di Pasqua, in TV e,
durante la sua durata , mi sono incessantemente tornate alla mente le
riflessioni aristoteliche sulla tragedia, in modo particolare quelle sul
valore catartico. L’allestimento teatrale, secondo Aristotele, per far salvo
il valore catartico, deve lasciare la mente libera di interrogarsi e questo
lavoro su se stessi è ostacolato se le passioni sono brutalizzate da
immagini di violenza che, attraverso gli occhi, giungono alle emozioni
turbandole in modo eccessivo ed ostacolando l’analisi interiore.
Ho banalmente riassunto il pensiero del grande
Aristotele, ma il senso è questo… ho visto forse la metà del film, la
seconda metà l’ho ascoltata, con gli occhi coperti per l’orrore (soprattutto
durante l’interminabile sequenza della flagellazione).
E mi sono chiesta: serve davvero a ricollegare più
da vicino alla Passione di Cristo il VEDERE l’orrore delle carni straziate e
fare il bagno (che Gibson vorrebbe purificatore) nel sangue versato a causa
della furia belluina dei carnefici romani?
O non sarebbe bastato farvi allusione più sommessa
per lasciare maggiore spazio alla sofferenza interiore di Gesù che, almeno a
me sembra, Gibson lascia piuttosto sottesa, travolta com’è dall’orgia di
violenza che incombe su tutto il film?
Mi ha fatto pensare di più l’urlo solitario sulla
croce del grande film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo
Pasolini che non la lunga sequela di colpi del film di Gibson, che indulge
ad una spettacolarità che dispiace definire con un’espressione vieta
all’americana, ma così l’ho vissuta.
Ho trovato coerente con l’assunto del regista, cui
va dato il merito dell’unità stilistica, i suoni sordi che si susseguono in
tutto il film, cui giova il suono originale (il film, in aramaico e in
latino è sottotitolato): l’impressione è di esser compressi in uno spazio
angusto in cui si rincorrono parole gutturali, suoni e colpi secchi, la
lingua della violenza, insomma. E l’effetto, spettacolare, è di
claustrofobia sebbene il film sia quasi del tutto girato in esterni.
Non credo che lo rivedrò e, soprattutto, non credo
abbia aggiunto qualcosa alla mia consapevolezza religiosa ed alla
compassione nel senso latino del termine.
Qualche staffilata in meno e qualche tentativo in
più di irruzione nell’intimo del travaglio spirituale, oltre che fisico, di
Gesù, avrebbero meglio giovato alla causa.
Almeno a mio modesto parere.
(Maria Zeno)
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