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I FILM

 

G

Il giovane favoloso

La trama in breve
Il film racconta la vita di Giacomo Leopardi tra Recanati, Firenze e Napoli, presentando gli ambienti e i personaggi con cui il poeta venne a contatto

Recensione:

Ho visto, dietro invito riservato agli insegnanti, il film “Il giovane favoloso” di Mario Martone, interpretato da Elio Germano ed esaltato dalla critica e dal pubblico, che a quanto si dice fa la fila ai botteghini. A me è sembrato un bel film calligrafico, ma scialbo e senza passione.
Leopardi dov’era? Non ditemi che era quel giovanotto autistico che a tavola si accaniva con furore maniacale a usare la forchetta come un coltello fino a deformarla, o che non riusciva a tirarsi l’uccello fuori dai pantaloni per pisciare, o che si rotolava in modo goffo e scomposto tra l’erba di Recanati. Non ci posso credere, non è questo il Leopardi che mi interessa. Il mio Leopardi è diverso. È sublime, è disperato: Il mio Leopardi non mormora le sue poesie col tono melenso del rosario di una beghina, e nemmeno si appalla alla finestra davanti a un disco di luna finta, come un licantropo. Il mio Leopardi la affronta, la luna, la afferra per il bavero e per le orecchie e le urla che cazzo ci fai lassù nel cielo, tu, che ci stai a fare? E se lei non risponde, lui la rilancia lassù e ancora le grida perché, perché non vieni qui a toccare le nostre miserie, e a darcene una ragione? E con la Natura fa lo stesso, e nello stesso tempo sa sorridere dell’umana stupidità. Non sorridere in modo stupido, attenzione: sorridere della stupidità, che è diverso.
Il mio Leopardi vive principalmente a Recanati, e non a Napoli, perché Recanati ce l’ha radicata dentro come una maledizione struggente, nel bene e nel male, Recanati e la gente del borgo, così viva, così straordinariamente presente e pur così incredibilmente lontana….La donzelletta, la vecchierella, l’artigiano, il zappatore… nel film si è vista solo Silvia, poco e male. Grottesca e ai limiti del comico la scena in cui lei per strada dice al giovane conte “Avevate promesso che m’imparavate a leggere e a scrivere…” e lui: “Ora sono molto occupato, sto scrivendo un’opera sopra il monumento di Dante…” Ci mancava che lei rispondesse “E ci si sta comodi, sopra il monumento di Dante?” Certo, Leopardi con le donne non ci sapeva fare. Ma le amava, le amava in modo appassionato e con il senso inarrivabile del sacro. Nel film si è preferito concentrarsi sul bordello. De gustibus. La scena del bordello, a Napoli, sembra quella di “dagli al gobbo di Notre Dame”.
Rispetto a Recanati, Napoli è predominante nel film, certe volte si ha l’impressione di essere in una commedia di Eduardo. O di Martone, che forse non è la stessa cosa. Mi hanno detto che l’ultima scena, quella della Ginestra, è molto bella. Non lo so, non l’ho vista. Me ne sono andata prima. Più di due ore così, senza un intervallo che neanche a scuola, non le ho rette. A proposito di scuola. Ho sentito parlare il regista e il primo attore del film. Entrambi hanno avuto l’ardire di contrapporre il “loro” Leopardi a quello noioso e manualistico dei banchi di scuola, che sa di libri e di muffa. Personalmente preferisco quello, di gran lunga. Mi piacciono quei libri, quella muffa, mi piace il tono appassionato con cui lo spiego da anni e mi piacciono gli occhi a palla degli studenti quando lo ascoltano, magari pensando no, non è possibile, che sfigato, che tristezza… ma restano sempre incantati da quelle combinazioni di parole così sublimi, così lucidamente e disperatamente tragiche.
Il film, invece, ci fa vedere le avventure di un mediocre disadattato. Certo, la colonna sonora, la fotografia, la ricostruzione d’ambiente sono di alto livello. Ma non basta la tecnica per fare l’arte, e quello che è stato un artista straordinario appare qui come un mediocre diversamente abile. Non troppo diversamente, a dire il vero. E nemmeno troppo abile.

(Paola Lerza)

Gomorra

Potere, soldi e sangue sono i disvalori con i quali gli abitanti della provincia di Caserta, tra Aversa e Casal di Principe, devono scontrarsi ogni giorno. La scelta non esiste: la camorra detta legge assoluta e solo i più fortunati possono aspirare ad una sorta di normalità negata ai più. Gomorra è un viaggio nel mondo degli affari della camorra, per questo il film si apre e si chiude nel segno delle merci. Merci di varia natura, che vanno da abiti griffati, videogiochi, orologi alle scorie chimiche, tossiche… ferite ed ingiurie che vengono abusivamente buttate ed accatastate nella “Campania felix” a fianco delle dimore fastose ed assurdamente fuori luogo degli stessi boss, preda di un delirio di onnipotenza reso possibile dall’impotenza delle istituzioni e da una cultura troppo radicata nel sentire comune. Totò ha tredici anni, aiuta la madre a portare la spesa a domicilio nelle case del vicinato e sogna di affiancare quelli che girano in macchina, che indossano i giubbotti antiproiettile, che hanno soldi. La sua è un’adolescenza negata, a Scampia si diventa grandi troppo in fretta e l’iniziazione è un rituale spesso tragicamente in mano alla camorra. Ed è un rituale di morte che esige efferatezza e sangue freddo e che di certo non ha alcun riguardo per il sesso e per l’età, anzi! Matteo Garrone porta sullo schermo Gomorra, il libro-scandalo di Roberto Saviano che in Italia ha venduto oltre un milione di copie. Vedendo il film si ha la sensazione di stare in uno dei peggiori gironi danteschi, in una sorta di incubo senza fine. Il film è duro, ripreso dal vero, i suoni sono in presa diretta. Impossibile applicargli la categoria del “bello”: ha il colore, i suoni, il sapore di una verità scomoda e brutta, terribilmente brutta.

(Maria Zeno)

 

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