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B

Questo libro parla di un gabbiano che non si contenta, come gli altri gabbiani del proprio stormo, di vivere sulle scogliere per volare quel poco necessario a procurarsi il cibo sufficiente alla propria sopravvivenza, elemosinandolo dai pescherecci che si avvicinano e gettano in mare gli avanzi. Jonathan vuole imparare a volare più in alto, come un falco… vuole conoscere tutte le possibilità offerte dalle sue ali per superare la propria natura ed essere migliore. Tutto ciò lo rende un diverso: come tale, è un reietto ed è esiliato dallo stormo. Ma lui non si lamenta per questo, né soffre di solitudine: è dispiaciuto perché non potrà rendere partecipi gli altri gabbiani delle sue scoperte, non potrà far capire loro come la vita non sia solo cibo, sonno, gracidio… ma qualcosa di più: la vita è importante per imparare a superare i propri limiti e divenire esseri superiori. Il gabbiano Jonathan Livingston supera se stesso e giunge in un mondo parallelo al nostro, in cui è inutile parlare, ma si comunica telepaticamente, in cui è possibile spostarsi nel tempo e nello spazio in un istante: è il limite estremo. Diventa così uno spirito superiore, fatto di luce… ma non vuole rimanere lì. Jonathan desidera tornare sulla terra, nel proprio stormo, per insegnare agli altri gabbiani una vita migliore. Anche per gli uomini, il buon esempio può essere contagioso, così come quello cattivo… se uno ha la forza di iniziare, altri lo seguiranno. La lezione che si può trarre dalla lettura di questo libro è che i diversi sono sempre, all’inizio, mal tollerati dagli altri, ma che tutti abbiamo la possibilità di migliorare, purché lo vogliamo veramente.

(Gabriella Nasi)

 

 

Un’adolescente deliziosa, ricca di curiosità, humour, intelligenza, sensibilità… così diversa e più vera delle adolescenti che ci appaiono attraverso il mondo dei media di oggi. Un’adolescente alla ricerca di se stessa, del mondo, di un significato da dare alla vita, che cerca e trova la bellezza, quella vera (che, secondo Dostoewskij, può forse ancora salvare il mondo) nell’arte, nell’estetica, nei piccoli gesti quotidiani. Un’adolescente che si prefissa il proprio suicidio, e l’incendio della casa paterna, perché “così, forse, gli adulti, senza casa e senza figlia, penseranno a tutti quegli africani morti di fame… oppure no?” Chi di noi, da adolescente, non ha immaginato la propria morte e il proprio funerale, per vendicarsi dei rimproveri e vedere quanto i genitori ci volevano bene?
Accanto a lei, una donna ormai matura, con una ricchezza ed un’intelligenza interiore nascoste, volutamente, da un’apparenza sciatta ed umile, per non aspirare a qualcosa di
superiore, di cui non si sente degna, e per non soffrire.
In un piccolo condominio di Parigi si affacciano alla guardiola le vite, le speranze e le meschinità dei vari abitanti, intrecciate tra loro, finché un raffinato architetto giapponese arriverà a sconvolgerne i ritmi e a dare un nuovo senso alla storia. Il finale, ribaltando un lieto fine scontato e forse melenso, ci induce a sperare ancora che valga la pena, tutto sommato, di continuare a vivere e a cercare da qualche parte un significato ai nostri gesti e pensieri quotidiani, anche se nessuno, purtroppo, può cambiare il mondo.

(Gabriella Nasi)

 

Castelli di rabbia, castelli di… sabbia.
Baricco tratteggia, con la sua penna lieve e profumata di sogni, una città della fantasia, Quinnipak, e i suoi abitanti. Ma i sogni non sono desideri, non sempre, almeno, non in questo romanzo. Scorre la vita di intrighi, di affanni, d’amore improbabile o profondo come il sonno più profondo, di sangue, di ineluttabilità del destino, si materializza sotto i nostri occhi sempre più increduli attraverso i personaggi ai quali ci ha abituato, affacciati ad un tempo che ha i contorni sfumati del mito. Ci riporta indietro, ad un passato non troppo lontano eppure dimenticato, nel 1800, nella meraviglia di scoperte tecnologiche che hanno il gusto di quelle infantili, che oggi guardiamo col disincanto di adulti. Ė la storia di un amore intenso tra i due protagonisti, che non reggono da soli la scena, ma fanno parte di un coro di personaggi, tutti importanti, perfettamente delineati nella loro unicità e straordinarietà, comprimari. Una costruzione ad incastro, un puzzle che appare nel suo significato di immagine compiuta solo in fine, quando la narrazione si avvia alla conclusione. Non è facile raccontare la trama di un percorso magico e realistico insieme: magico per l’improbabilità delle vicende, realistico per l’accorta documentazione di un periodo che oggi appare concreto e precario come castelli di sabbia, appunto, disegnati meticolosamente sulle rive del mare che presto li porterà via, ineffabilmente.
Complesso, giocato su più livelli, forse tanti quanti sono i personaggi che animano la storia, un pezzo di vita affollato che richiama le molte letture, i molti amori letterari dell’autore. Mi è parso di sentire, prima fra tante, l’eco di Faulkner, ma molte altre mi saranno sfuggite, impastate come sono tra loro, a rendere il racconto un lungo, immateriale sogno. E, su tutte, domina la musica, che pulsa al centro della vicenda, al centro del libro, intorno alla quale tutto sembra essere costruito, epica, nella descrizione di un incontro di due bande, nel paese dell’illusione.
Alla fine resta il piacere di un’ottima lettura, che se non vogliamo intendere nei molteplici significati, per emozionarci, ci ha comunque regalato momenti di piacere estetico intenso, che trova segni tangibili in alcuni passaggi di indubbia qualità letteraria, di moderna poesia della scrittura. Così, come in questi, tra i tanti: “La verità è che si vedono e si sentono e si toccano così tante cose... è come se ci portassimo dentro un vecchio narratore che per tutto il tempo continua a raccontarci una storia mai finita e ricca di mille particolari. Lui racconta, non smette mai, e quella è vita.”
“La sera, come tutte le sere, venne la sera.
Non c'è niente da fare: quella è una cosa che non guarda in faccia a nessuno.
Succede e basta. Non importa che razza di giorno arriva a spegnere.
Magari era stato un giorno eccezionale, ma non cambia nulla. Arriva e lo spegne. Amen.
Così anche quella sera, come tutte le sere, venne sera.”

(Sonia Solomonidis)

Non ho mai letto niente di Baricco. Questo è il primo libro che leggo di lui e qualcosa mi dice che sarà anche l'ultimo. Una scrittura graffiante, sì, ma fatta più per stupire sul momento che per lasciare un segno nel tempo, frasi che ti si attorcigliano addosso con la smania di restarci attaccate, e invece poi scivolano via. Forzato. Ecco come mi è parso: forzato. Un tentativo forzato di riproporre la Gioventù bruciata di Nicholas Rey (1955) o Les enfants terribles di Cocteau (1929). Ma quelli di Baricco sono altri tempi.
Eravamo quattro amici al bar... cantava qualche anno fa Gino Paoli. Anche qui, quattro amici, tutti maschi, figli di quella piccola borghesia cattolica gretta e perbenista - cattolica, sì, anche un po' beghina se vogliamo, ma santo cielo, ribadirlo ogni dieci righe è francamente un po' troppo - capace di costruire intorno ai suoi figli un mondo dorato e un po' falso, fatto di buone azioni e di una discreta dose di ipocrisia, di vita parrocchiale e di standard radicati nel DNA da generazioni. Un equilibrio instabile, però, che vacilla per poi sgretolarsi di fronte alle piccole-grandi difficoltà dell'adolescenza e soprattutto di fronte alla scoperta di cose che la mentalità “tradizionale” aveva sempre tenuto accuratamente nascoste.
Sesso, droga, fascino del proibito portano i ragazzi, a uno a uno, a camminare in modo sempre più rischioso sullo spartiacque che divide la voglia di vivere dalla scelta di morire e qualche volta, consapevolmente o no, quest'ultima prevale. E così i quattro amici si assottigliano fino a diventare uno, testimone di tante defezioni e prigioniero dei ricordi. Paradossalmente l'unica presenza viva, vera e reale sarà proprio quella della ragazza - una sorta di femme fatale - che era stata la causa scatenante di tutto. Ma questo tutto è forzato, addirittura prevedibile, e sembra teso a far apparire come straordinario quello che appartiene solo ai canoni della normalità.

(Paola Lerza)

Iliade, lettura pubblica:
Baricco smonta il capolavoro di Omero, con il rispetto dovuto, e lo consegna ad una immersione agile e avvincente nella vicenda. Inalterato il senso del “magico” della guerra nell’antichità, il suo sacrale valore, la sua inevitabilità. La sorte domina sulle vicende degli uomini, ed essi ci parlano del proprio destino, qui liberi dagli interventi divini. A ciascuno il suo! Se qualcuno vuole sperimentare come ci si sente in panni diversi, si accomodi. In Omero, Iliade lo fanno tutti, tutti protagonisti, vinti e vincitori e noi con loro, così, semplicemente, dentro di loro!
Il passato ritorna, il mito è rivisitato in modo eroico e cammina con noi, ci fa sognare di gesta dimenticate o scolasticamente riposte in un austero libro di epica. L’operazione è interessante e condotta con la solita abilità stilistica di un maestro, a parer mio, dello stile contemporaneo. Da consigliare a chi Omero lo ha già conosciuto e ne è rimasto affascinato.
Piccola riflessione sulla “Postilla sulla guerra.”
Si interroga Baricco!
Gridavano alla guerra gli antichi popoli combattenti, e ne facevano un monumento dell’umanità, degli uomini che, combattendo, sognavano la pace.
“Niente, per me, vale la vita: non i tesori che la città di Ilio fiorente possedeva prima, in tempo di pace, prima che giungessero i figli dei Danai; non le ricchezze che, dietro la soglia di pietra, racchiude il tempio di Apollo signore dei dardi, a Pito rocciosa; si possono rubare buoi, e pecore pingui, si possono acquistare tripodi e cavalli dalle fulve criniere; ma la vita dell’uomo non ritorna indietro, non si può rapire o riprendere, quando ha passato la barriera dei denti.” Queste le parole di Andromaca, pronunciate dal guerriero per eccellenza, Achille, che fa guerra e muore, sognando la pace. Baricco ce le ricorda.
E noi?

(Sonia Nicoletta Solomonidis)

Il Novecento, irruente e veloce, annulla le consuetudini nel contesto di una campagna desolata d’inizio secolo e un clima di attesa, di curiosità e di diffidenza verso un evento generazionale: l’arrivo dell’automobile, aleggia nella prima parte del romanzo. Libero Parri, predestinato nel suo mestiere di allevatore e custode fedele delle sue ventisette mucche fassone, e suo figlio Ultimo, un ragazzino malaticcio ma preparato alle prove della vita, credono nel sogno. Sogno che ha le sembianze di un aristocratico in declino, che lascia in eredità, quale riscatto di una vita dissipata, la realizzazione del desiderio. Libero e Ultimo, sfidando l’opposizione della moglie e madre Florence, accolgono questa nuova dimensione. Con l’arrivo delle automobili, gli orizzonti si allargano ed un nuovo scenario si apre all’immaginazione. Questa prima parte lascia il posto al capitolo più bello e intenso del romanzo, “Caporetto” in cui appare una voce narrante diversa: il padre di un disertore alla ricerca della verità. La terza voce narrante del romanzo è Elizaveta, un’esule russa, unico amore di Ultimo. Donna voluttuosa e dall’intelligenza acuta, Elizaveta recupera Ultimo dal percorso scosceso e del tutto personale della sua mente, in cui l’America rappresenta l’ultima tappa del circuito. Nella memoria di Ultimo riappare la scena che segnerà la perdita della sua innocenza: al cinema, poco più che bambino, vide sedersi davanti a lui una donna splendida. Il suo desiderio, libero da freni, seguì il suo percorso, proprio come le automobili. Dopo la sua scomparsa, sarà Elizaveta a ricostruire la sua storia, alla ricerca di segreti e personaggi che ne avevano segnato il cammino. Cammino che ripercorre a bordo di un’auto da corsa, sogno onnipresente del protagonista. Romanzo caratterizzato dalla tecnica narrativa a più voci, “Questa storia” evidenzia uno stile elegante ed incisivo, in cui predominano i sentimenti di attesa, di stupore, di sgomento e di malinconia tipici della nascita di ogni nuova epoca.

(Maria Pomepa Coluzzi)

“Senti, papà, cos’è il razzismo?” La domanda di sua figlia Meriem, dieci anni, durante una manifestazione di immigrati francesi a Parigi nel 1997, offre lo spunto a Tahar Ben Jelloun, giornalista e scrittore marocchino, per una riflessione su un fenomeno senza tempo e senza confini, molto più capillare di quanto gli episodi di cronaca più eclatanti – anche di questi ultimi giorni - possano far pensare.
Il linguaggio del libro, scritto sotto forma di dialogo tra padre e figlia, è volutamente semplice: l’autore persegue un’esigenza di chiarezza, di semplicità e di obiettività perché i destinatari privilegiati del suo messaggio sono i bambini e i ragazzi fra gli otto e i quattordici anni. Due princìpî guidano l’autore: non si nasce razzisti, caso mai lo si diventa; la lotta contro il razzismo, pertanto, comincia con l’educazione. I bambini di per sé non hanno pregiudizi, ma possono assorbirli dall’ambiente circostante: è lì dunque, soprattutto nella famiglia e nella scuola, che si può e si deve agire per evitare l’insorgere di quelle forme di sottile diffidenza e di intolleranza che possono sfociare in seguito in veri e propri fenomeni di razzismo. “Differenza”, “pregiudizi”, “discriminazione”, “rifiuto”, fino a “xenofobia”, “genocidio”, “schiavitù”… sono solo alcuni dei temi che Ben Jelloun affronta nella sua opera. E, in conclusione, una riflessione: attenzione alle parole che usiamo, alle espressioni portatrici di stereotipi e pregiudizi. La lotta contro il razzismo passa anche attraverso il linguaggio.

(Monica Anelli)

Immaginate una tranquilla serata a teatro. Danno il “Così fan tutte” di Mozart. Immaginate di tornare poi a quella che fino a un pugno di ore prima è stata la vostra casa e di trovarvi davanti la scena desolante di una serie di stanze completamente vuote. Niente è rimasto degli arredi, degli oggetti, di tutte quelle cose più o meno utili ma pur sempre rassicuranti che riempiono solitamente il vostro spazio quotidiano. Questo è ciò che accade a Mr e Mrs Ransome, ed è un ben strano furto quello di cui sono stati vittime.
Gli effetti di questo evento, un vero e proprio punto di non ritorno per una coppia sclerotizzata dalla mancanza di affettività e di comunicazione, saranno dirompenti…
Lo stile asciutto e tagliente di Bennett, la sua ironia a tratti beffarda, sottolineano quanto di tragico, di comico, di assurdo e di profondamente doloroso c’è nell’esistenza di due persone che si vedono ma non si guardano, che si sentono ma non si ascoltano, che si sfiorano ma non si incontrano mai.
Eppure, per uno di loro due c’è una speranza: “(…) quando ripensa al passato, il furto e tutto quello che è venuto dopo (…) sembrano una specie di apprendistato. Ora, si dice, posso ricominciare.

(Monica Anelli)

 

"Non capisco il mondo arabo" simula una corrispondenza telematica tra due diciassettenni: Mérième, figlia dello stesso autore, cresciuta, quindi, in una famiglia laica di origini marocchine, e Lidia, una giovane italiana di Bologna, cresciuta in una famiglia cristiana. Le due ragazze, attraverso questo scambio di e-mail, cercano di dare delle risposte ai loro dubbi: “Esiste un'intolleranza cristiana?” “Che differenza c'è fra la battaglia per il velo e la battaglia per il crocifisso?” "Che significato ha per un'adolescente la parola 'laicità'?". Mérième, con l’aiuto del padre e con la sua esperienza in Occidente, malgrado conosca poco il Corano cerca di interpretare il perché di alcune situazioni: ”Non voglio giustificare l’ingiustificabile, ma rifletto...” scrive in una sua mail. La riflessione di Mérième riguarda anche i motivi della rabbia dei giovani algerini in Francia e dei disordini che essa ha provocato nelle banlieues. Rabbia relativa al loro non sentirsi accettati e alle difficoltà della loro integrazione. Lidia, nei suoi scambi telematici, racconta a Mérième del suo ragazzo tunisino e della precarietà di questa relazione in cui non intravede un futuro, per le differenze tra le loro culture e le loro religioni, che la spaventano. L’argomento “ condizione della donna musulmana” è oggetto di interesse da parte di Lidia e Mérième non esita a trasmetterle le mail di sua cugina Fattouma, profondamente convinta del suo credo. Lidia continua nel suo scetticismo. Il fanatismo e la violenza integralista la spaventano ed essendo alla continua ricerca di risposte decide di interrompere la corrispondenza e l’amicizia fatta di confidenze, di vacanze condivise ma anche di tensioni nascoste o evidenti: ”Cara Mérième, a conti fatti non riesco a capire se tu sei una marocchina, una musulmana, una francese... non puoi giocare su due tavoli, l’oriente da una parte, l’occidente dall’altra. Del resto, non so neanche se potremo continuare a mantenere questa corrispondenza perché a tutte le domande tu cerchi di rispondere salvando sempre capre e cavoli...” Mérième le risponde: ”Contrariamente a te sono persuasa che l’incontro fra l’oriente e occidente, e lo scambio tra mondo arabo ed Europa, sia possibile” e prosegue: ”Se l’ignoranza è un pozzo profondo, il sapere è una montagna la cui cima è inaccessibile”. Il mondo arabo, in definitiva, è molto difficile per entrambe e l’autore, attraverso questo scambio “adolescenziale” e spontaneo, cerca di trattare argomenti di grande spessore politico e culturale. Il suo pensiero “possibilista”, per un dialogo costruttivo, trova la sua risposta in questo suo pensiero: "Lo scontro di civiltà è lo scontro delle ignoranze, lo scontro delle paure”.

(Maria Pompea Coluzzi)

Storia metropolitana con un insolito impianto narrativo. In una cupa città degli anni 80 accade un misterioso delitto: viene ucciso Leone l'allegro, giovane calciatore innamorato e amato da tutti.
Lucio Lucertola, anziano professore dedito alla ricerca dell'inizio finale, Lupetto, curioso undicenne, Lucia, la ragazza di Leone,insieme ad altri irresistibili personaggi della periferia, indagano sull'accaduto. È evidente fin da subito che non è importante sapere chi ha ucciso materialmente Leone l'Allegro, che irritava i padroni perché sorrideva e non se ne capiva il motivo. Leone è morto davanti a un condominio dei quartieri alti, l’assassino sarebbe potuto essere indifferentemente il trafficante d'armi, o lo spacciatore, o "la portinaia perché gli pestava l'erba".
Alcune pagine sono da ricordare e annotare: ad esempio alcuni monologhi di Lee, l’amico di Leone appassionato di arti marziali, eternamente in fuga, i dialoghi tra il professor Lucertola e Lupetto, ecc.
Felice vena visionaria, grande senso dell'umorismo, molte amare verità.

(Daniela Borsato)

Ulisse è uno scrittore in crisi, innamorato di Pilar, giovane e bella sudamericana, lavora in una casa editrice ed è afflitto dagli “scrittodattili”, noiosissimi romanzi che premono per essere pubblicati. Riceve una lettera da Achille, giovane malato e deforme, che vive recluso con la madre e il terribile rampante fratello Febo. Tra i due nasce una strana, complice amicizia che li porta a combattere insieme una grande battaglia già persa in partenza. I personaggi portano nomi omerici e sembrano vivere in un universo mitico, ma sono nello stesso tempo intensamente e crudelmente vivi in questo nostro mondo.
Entusiasma la capacità di Benni di raccontare l’indignazione, la crudeltà, l’amore e l’amicizia con leggerezza e ironia. Riesce a far riflettere, ridere ed emozionare.
Da non perdere e da rileggere.

(Daniela Borsato)

 

Ma il soldato di guardia fra i due pilastri accennò al rigonfiamento sotto la giubba, e disse qualcosa che il ragazzo non capì. E il ragazzo stette un poco fermo, con la testa bassa, ma poi ebbe il coraggio di alzare gli occhi e siccome il soldato aveva la faccia rivolta verso il crepuscolo, egli poté vederne l’espressione. Sorrideva, il soldato, in un modo indefinibile, e non avrebbe fatto niente per quella roba nascosta sotto la camicia. Allora anche il ragazzo sorrise, e disse qualcosa che il soldato non poteva capire. Quindi si allontanò attraverso la piazza, e il soldato tra i due pilastri lo seguì con lo sguardo fin che poté, e continuò a sorridere indefinibilmente. E anche il ragazzo continuò a sorridere, mentre camminava, e toccava con le mani il rigonfiamento sotto la giubba.
Il 7 aprile 1944 non è una data come tante altre, soprattutto per chi, come me, è trevigiano; quel giorno trecento aerei alleati bombardarono Treviso, seppellendo migliaia di abitanti sotto le macerie. Tuttavia, Il cielo rosso non è solamente una tra le tante testimonianze di guerra… esso è una storia d’amicizia e soprattutto d’amore, di un amore che, benché nato e cresciuto in quei giorni di desolazione, sia materiale che morale, ha saputo essere incredibilmente puro, romantico come solo un amore a lungo taciuto può essere. La guerra che fa da sfondo alla storia d’amore tra la piccola Giulia e il timido Daniele non è la guerra delle grandi battaglie, degli atti eroici, bensì la guerra della povera gente, di quelli che non importa da che parte stanno.
Sul linguaggio de Il cielo è rosso è stato scritto di tutto; il romanzo è stato via via etichettato dai critici come neorealista e neoromantico, accusato di essere un oltraggio alla prosa bella, di assomigliare troppo a Hemingway. Io non mi occupo di critica letteraria, ma posso dire di aver apprezzato moltissimo le descrizioni paesaggistiche e ambientali; l’incipit a mio avviso è stupendo, mi verrebbe da definirlo manzoniano, ma forse il mio giudizio è dettato dal fatto di veder riaffiorare nella mia memoria visiva i luoghi che trovo descritti; se pensate che le mie lodi siano esagerate (e se non l’avete ancora fatto) leggetelo… sappiate però che alla fine della lettura vi rimarrà nel cuore una struggente tristezza che per giorni non vi abbandonerà.

(Fanny Grespan)

“Un grido trafisse l’aria. Nel cielo, a oriente, apparve una stella infuocata. Sulla terra si aprì una voragine di silenzio: ero io, ridicola prugna rossa, brutta, con la testa ammaccata dal forcipe. Gridavo al mondo il mio dolore come se già sapessi tutto quello che avrei sofferto”.
Inizia così la vita di Saida, in Camerun. Il sole d’Africa non sempre è generoso con i suoi figli.
Saida infligge la prima delusione a suo padre solo perché è femmina.
È la storia della lenta maturazione di una donna nera che vive confrontandosi con le contraddizioni della sua società. Spinta ad emigrare per trovare la sua realizzazione, porta con sé il suo unico orgoglio, la sua fierezza: la verginità, che in terra straniera si trasformerà in ragione di vergogna.
Un romanzo da cui si intuiscono i risvolti psicologici di chi, donna per giunta, affronta una nuova cultura vivendone i dissidi con la propria. Da una parte la voglia di progredire e liberarsi dai pregiudizi, dall’altra l’assurda voglia di ripararsi nelle credenze della propria terra per non affrontare la fatica di cambiare.

(Teresa Ducci)

 

 

Una morte, quella della madre, che nel dolore della perdita e nella certezza di una mancanza di chi non vi è più, fa riaffiorare i ricordi di una vita. E allora l’amore nel bene e nel male, che ti è stato donato, ritorna preponderante, insistente, vivo, intenso; lo riconosci come parte di te stesso con la consapevolezza che sarà sempre presente. Un amore che diventa vita perché l’amore è l’essenza stessa della vita.
“Perdere un genitore a quarant’anni fa più male che a venti.
A venti è uno strazio, ma sei in corsa e corri. A quaranta è un dolore che non passa più.”
A quarant’anni riscopri le impronte della tua vita: i ricordi, gli oggetti, la casa, la città, le auto; le persone: i nonni, gli zii, gli amici, i gatti, i compagni di scuola, i fidanzati; gli avvenimenti: la guerra, le morti, le discussioni politiche, le canzoni. Si soffre perché sappiamo che nessuno ci amerà più così.
Ciascuno è parte della storia della propria famiglia; il tempo storico, i rapporti parentali, i conflitti, le armonie sono le radici che ti hanno aiutato a crescere. Rimane alla fine l’amore che hai ricevuto e ha forgiato il tuo essere oggi.

(Lucia Bartoli)

La storia si svolge in un lontano 2049 sul pianeta Lithia, luogo di un’interessante civiltà scoperta da una commissione di scienziati terrestri. Il biologo della Commissione è un gesuita che si accorge di come Lithia sia difforme da ogni altro pianeta. Infatti gli ricorda il giardino dell’Eden: la natura è incontaminata e lussureggiante e i suoi abitanti sono distaccati, lontani dall’odio, dal peccato e da ogni genere di passione… Ma non hanno un dio e non lo cercano.
Al momento della partenza riceve un dono particolare: un uovo da cui nascerà il figlio di un importante personaggio con cui ha trovato un'intesa sul piano dell'amicizia. Ma le cose, sulla terra, avranno sviluppi imprevedibili e il “Bambino” diventerà un terrestre aggressivo e cattivo.
In seguito il padre si recherà a Roma dal Santo Padre per dare risposta ai problemi religiosi ed etici creati da tale situazione.
Il romanzo si discosta dai canoni del genere per la tematica affrontata: per la prima volta un autore affronta il tema della religiosità nello spazio.

(Alida Fonnesu)

Che peso può avere il passato in un futuro lontano dal nostro pianeta? Questa è la riflessione che apre il romanzo il cui protagonista Jorn Birn vive in un mondo dominato dalle donne. Gli uomini hanno difficoltà a trovare un lavoro e perfino la procreazione non è di loro competenza. Jorn accetta un lavoro che lo porterà fuori dalla terra che sta per esplodere: non tutti potranno fuggire sulle astronavi. Egli è uno degli eletti, scelto per far parte di un equipaggio composto per la maggior parte da donne. L'odissea dei fuggitivi è lunga e densa d'incognite. Col tempo la piccola comunità diventa una società in cui i rapporti tra i due sessi si armonizzano e si completano. Il gruppo troverà un pianeta ospitale, ma Jorn e sua moglie, una volta sbarcati, preferiranno ritrovare la loro libertà nella morte, lontano dal passato e dai ricordi di un mondo scomparso. Che ragioni si possono addurre per invogliare qualcuno a leggere fantascienza? A me viene in mente che gli scrittori di fantascienza osservano il mondo con occhi particolari e da una prospettiva privilegiata, visto che molti di loro sono scienziati o biologi. Le storie contengono riflessioni su argomenti forti e mai banali. Il romanzo in esame ha come tema secondario il rapporto tra i sessi, ma la lettura fatta da Blish supera ogni illusione utopica che noi potremmo avere. Nel suo mondo in pericolo e in disfacimento le donne vincono, comandano e hanno potere pari agli uomini. L’intelligenza dell’uomo di scienza viene abbinata con efficacia alla speculazione filosofica.

(Alida Fonnesu)

                                                      

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