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Questo è un romanzo davvero originale ed avvincente; e, per quanto vi si affrontino dotte disquisizioni matematiche, lo spirito dell’autore, matematico a sua volta, è quello di un appassionato divulgatore. La lettura, infatti, risulta fluida ed intrigante per quanto, a tratti, i concetti descritti siano, comunque, un po’ pesanti per il lettore profano. La storia si svolge a Parigi. Un anziano libraio, Pierre Ruche, riceve, con la notizia della morte di un suo vecchio compagno di studi, l’annuncio dell’arrivo di una singolare eredità: una ricca biblioteca di testi rari, dedicati esclusivamente alla matematica nelle sue varie branche. Egli perciò sente la necessità di dover studiare ex novo ed approfonditamente l’aritmetica, l’algebra, la trigonometria, ecc...; discipline che, dai tempi del liceo, aveva sempre sentito ostiche e per le quali aveva sempre provato viva avversione. In quest’avventura fanno da comprimari altri personaggi ricchi di curiosità che ruotano intorno all’antica libreria parigina: la signora Liard, i tre fratelli Max, Jonathan, Lea ed il protagonista del titolo dell’opera, il pappagallo Nofutur, bisbetico e saccente, che attira però il lettore con la sua simpatia. Il vecchio amico del libraio protagonista risulta morto in Amazzonia in circostanze misteriose. La sua morte ed il mistero che l’avvolge verranno spiegati attraverso una serie di percorsi, di tracce, ispirati da leggi e teoremi dei più grandi matematici d’ogni epoca, da Euclide a Talete, da Tartaglia a Fermat: si avrà così modo di entrare in alcuni dei più appassionanti argomenti, dal significato dello zero ai segreti matematici persiani, in un crescendo della suspense che “costringe” a non interrompere la lettura, per quanto possibile. La matematica come scienza per elezione diventa un’allegoria dell’eterna ricerca, da parte dell’uomo, delle risposte essenziali riguardanti l’universo nel quale vive. Il fascino dei numeri si fa fascino della ricerca fine a se stessa; le domande e le possibili risposte non hanno fine.
Da non perdere.


(Mirella de Nucci)

Quando questo romanzo, la sua prima opera letteraria, viene pubblicato, Faïza Guène ha solo 19 anni. Eppure dimostra una buona padronanza della penna e inventa un personaggio convincente, una quindicenne francese, unica figlia di immigrati maghrebini, rimasta sola con la madre dopo che il padre è tornato in Marocco per sposare un’altra donna e cercare di avere il sospirato erede maschio.
La situazione sarebbe tragica, se lo sguardo con cui Doria affronta la sua nuova porzione di esistenza – le difficoltà economiche, la depressione della madre, i contatti con i servizi sociali – non fosse pieno di un’ironia contagiosa.
Intorno a lei, in un quartiere-dormitorio della periferia parigina, la moltitudine variegata dei beurs, un mondo a parte che la Francia accoglie e poi lascia in qualche modo sempre ai margini, una massa che la Francia illude e poi, nella maggior parte dei casi, tradisce. La Francia non è quella dei film in bianco e nero degli anni ’60, come credeva la mamma di Doria che al suo arrivo pensa, infatti, di aver sbagliato nave: la Francia è un buco di appartamento nella banlieue, è la polverosa psicologa della SECU, è il sorriso forzato dell’assistente sociale, è la professoressa di chimica che scrive di Doria “alunna che istiga alle dimissioni o al suicidio”…
Il titolo gioca sull’ambiguità della parola kiffe: “Kiffe kiffe (o “kifkif”)” in arabo significa “uguale” ma “kiffer” vuol dire anche “amare” e il kif è anche l’hashish… l’autrice vuole sintetizzare così la triste routine quotidiana degli immigrati, fatta di miseria e spesso di delinquenza, la loro esasperazione, ma anche l’accettazione del proprio destino e la speranza in un domani migliore.
La lingua è quella molto familiare dell’argot e del verlan, con molte espressioni tipiche degli adolescenti.
Il libro è edito anche in italiano con il titolo “Kif kif domani”, Mondadori, 2005.
 

Monica Anelli

 

                                                      

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