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Un percorso a ritroso nella vita semplice di una ragazza che racconta in prima persona gli avvenimenti che hanno segnato la sua esistenza. Colpisce la freschezza dell’espressione e la linearità dell’esposizione, che portano pian piano alla piena comprensione dei sentimenti spesso contrastanti e contraddittori della protagonista.
Una vita “normale”, una famiglia, un lavoro, un fidanzato, sogni da realizzare, la felicità a portata di mano…. poi… la disgrazia, l’incombere ineluttabile del destino che in un attimo cancella una vita intera. Il tempo si ferma per due lunghissimi anni di coma e la ripresa è lenta: c’è una barriera insormontabile tra il “prima” e il “dopo”, anche se nel “dopo” si svela e rivela il significato profondo del racconto: il riappropriarsi della propria vita, con un’analisi spesso spietata di ciò che è stato il passato e di ciò che riserva il futuro, alla ricerca di quel filo sottile che è il tema ricorrente che caratterizza tutta la narrazione.
Perché il filo sottile è innanzitutto il destino (Il destino a volte è proprio sottile, sottile come un filo); è ciò che divide i sogni dalla realtà (…è davvero sottile il filo che divide i sogni dalla realtà); ed ancora quello che divide la vita dalla morte (Ho camminato come un acrobata sul filo sottile che divide la vita dalla morte), e che tiene legati alla vita (Invece io sono qui, e con quel filo sto cercando di rattopparla bene la mia vita, per farla durare il più a lungo possibile). Inevitabilmente si arriva, attraverso il percorso della memoria (Memoria è sinonimo di vita: le cose che non si ricordano vanno perse inesorabilmente, è come se non fossero mai state vissute), all’altro filo sottile che emerge su tutti: il filo dell’amore, che – a differenza degli altri – si è spezzato (Il filo sottile che ci legava, quello che unisce due persone che si vogliono bene, quello che le fa sentire vicine anche quando sono lontane si era spezzato).
Un groviglio di fili sottili si intrecciano nell’esistenza della protagonista che sfrutta appieno la seconda opportunità che le è stata concessa: una nuova vita al posto della precedente, da vivere intensamente nel rincorrere un sogno (I miei sogni non voglio più inseguirli con la fatica, il sudore e il dolore, voglio farli volare alti, alti come aquiloni, alti fin sopra le nuvole.) Ed ecco ancora una volta un filo sottile, quello dell’aquilone che deve volare alto, perché la nuova occasione non vada sprecata (Voglio dispiegare tutto il filo dell’aquilone e tenerlo stretto, quel filo sottile, per non farmelo portare via).
Una storia semplice dalla trama sottile, sottile come un filo.

(Liliana Manconi)

Questo è un romanzo davvero originale ed avvincente; e, per quanto vi si affrontino dotte disquisizioni matematiche, lo spirito dell’autore, matematico a sua volta, è quello di un appassionato divulgatore. La lettura, infatti, risulta fluida ed intrigante per quanto, a tratti, i concetti descritti siano, comunque, un po’ pesanti per il lettore profano. La storia si svolge a Parigi. Un anziano libraio, Pierre Ruche, riceve, con la notizia della morte di un suo vecchio compagno di studi, l’annuncio dell’arrivo di una singolare eredità: una ricca biblioteca di testi rari, dedicati esclusivamente alla matematica nelle sue varie branche. Egli perciò sente la necessità di dover studiare ex novo ed approfonditamente l’aritmetica, l’algebra, la trigonometria, ecc...; discipline che, dai tempi del liceo, aveva sempre sentito ostiche e per le quali aveva sempre provato viva avversione. In quest’avventura fanno da comprimari altri personaggi ricchi di curiosità che ruotano intorno all’antica libreria parigina: la signora Liard, i tre fratelli Max, Jonathan, Lea ed il protagonista del titolo dell’opera, il pappagallo Nofutur, bisbetico e saccente, che attira però il lettore con la sua simpatia. Il vecchio amico del libraio protagonista risulta morto in Amazzonia in circostanze misteriose. La sua morte ed il mistero che l’avvolge verranno spiegati attraverso una serie di percorsi, di tracce, ispirati da leggi e teoremi dei più grandi matematici d’ogni epoca, da Euclide a Talete, da Tartaglia a Fermat: si avrà così modo di entrare in alcuni dei più appassionanti argomenti, dal significato dello zero ai segreti matematici persiani, in un crescendo della suspense che “costringe” a non interrompere la lettura, per quanto possibile. La matematica come scienza per elezione diventa un’allegoria dell’eterna ricerca, da parte dell’uomo, delle risposte essenziali riguardanti l’universo nel quale vive. Il fascino dei numeri si fa fascino della ricerca fine a se stessa; le domande e le possibili risposte non hanno fine.
Da non perdere.

(Mirella de Nucci)

Quando questo romanzo, la sua prima opera letteraria, viene pubblicato, Faïza Guène ha solo 19 anni. Eppure dimostra una buona padronanza della penna e inventa un personaggio convincente, una quindicenne francese, unica figlia di immigrati maghrebini, rimasta sola con la madre dopo che il padre è tornato in Marocco per sposare un’altra donna e cercare di avere il sospirato erede maschio.
La situazione sarebbe tragica, se lo sguardo con cui Doria affronta la sua nuova porzione di esistenza – le difficoltà economiche, la depressione della madre, i contatti con i servizi sociali – non fosse pieno di un’ironia contagiosa.
Intorno a lei, in un quartiere-dormitorio della periferia parigina, la moltitudine variegata dei beurs, un mondo a parte che la Francia accoglie e poi lascia in qualche modo sempre ai margini, una massa che la Francia illude e poi, nella maggior parte dei casi, tradisce. La Francia non è quella dei film in bianco e nero degli anni ’60, come credeva la mamma di Doria che al suo arrivo pensa, infatti, di aver sbagliato nave: la Francia è un buco di appartamento nella banlieue, è la polverosa psicologa della SECU, è il sorriso forzato dell’assistente sociale, è la professoressa di chimica che scrive di Doria “alunna che istiga alle dimissioni o al suicidio”…
Il titolo gioca sull’ambiguità della parola kiffe: “Kiffe kiffe (o “kifkif”)” in arabo significa “uguale” ma “kiffer” vuol dire anche “amare” e il kif è anche l’hashish… l’autrice vuole sintetizzare così la triste routine quotidiana degli immigrati, fatta di miseria e spesso di delinquenza, la loro esasperazione, ma anche l’accettazione del proprio destino e la speranza in un domani migliore.
La lingua è quella molto familiare dell’argot e del verlan, con molte espressioni tipiche degli adolescenti.
Il libro è edito anche in italiano con il titolo “Kif kif domani”, Mondadori, 2005.
 

(Monica Anelli)

 

                                                      

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