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“C’è, nella prima edizione di Marcovaldo, una spaziatura ogni tanto tra le righe che suggerisce una lettura. Ho cercato di seguire questo ritmo-misura aggiungendo solo un po’ di colore alle voci. Spero che non sia troppo, di sicuro con Calvino basta poco perché le righe respirino di vita propria.”
Con questa consapevolezza, con questo rispetto, Marco Paolini legge per noi le quattro novelle del primo ciclo della celeberrima opera di Calvino: e lo fa da par suo. Le sue doti affabulatorie non possono che esaltare e rendere ancora più godibile un capolavoro come questo. Ascoltandolo, ho ritrovato un po’ lo stupore e il piacere di quando, da piccola, sentivo le fiabe sonore dal mio giradischi: “A mille ce n’è nel mio mondo di fiabe da narrar…" e la stanza diventava di volta in volta bosco, castello, tugurio…
Qui la voce di Paolini e le splendide musiche dei Tanit - cinque tra i migliori musicisti della scena jazz italiana e internazionale – ci trasportano nell’arcigna città dove Marcovaldo, suo malgrado, è costretto a vivere, combattuto tra la rassegnazione e l’incapacità di adattarsi alle contraddizioni del progresso. Stralunato e candido, i sensi sempre all’erta, non si sa se più maldestro o più iellato, si ostina nonostante tutto a voler ritrovare quella natura tanto rimpianta e della quale in città non restano che pochi, striminziti segni. Ma, come scrisse Calvino, “(…) quella che egli trova è una natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale.” Una natura matrigna, insomma, che lo attrae e lo respinge, restituendolo ogni volta sconfitto alla grigia vita di tutti i giorni. E noi lettori, un po’ ridiamo e un po’ ci immalinconiamo, perché lo sentiamo tanto uno di noi.

 (Monica Anelli)

 

C’è una lunga prefazione in cui Calvino spiega com’è nata l’idea di “Palomar”. In realtà parla d’altro: di ciò che voleva scrivere e non ha scritto. Già questo è un segnale: in questo libro niente è come sembra. Il signor Palomar porta il nome di un famoso telescopio ed effettivamente la sua  principale attività è guardare, ma non il cosmo infinito: Palomar si è dato il compito di osservare la vita nei dettagli più apparentemente irrilevanti, tentando di ricavarne qualche conclusione universale, impresa che tuttavia si rivela difficilissima. Egli è il simbolo dell’intellettuale che, tra ironia e consapevole distacco, tenta di muoversi tra le pieghe della nuova società dei consumi, cogliendone inevitabilmente le incongruenze, le sfasature, i controsensi. Questo libro va letto piano piano, frase per frase, non va divorato ma assaporato; alla fine si viene premiati da alcune delle pagine più geniali che siano mai state scritte in italiano: “La pantofola spaiata”, “Del prendersela con i giovani”, “Serpenti e teschi” e molte altre.
"Rileggendo il tutto, m'accorgo che la storia di 'Palomar' si può riassumere in due frasi: Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato."

(Daniela Borsato)

È un gioco letterario ma è anche una dichiarazione d’amore. Tanti libri dentro un libro solo, dieci storie diverse che iniziano ma non terminano, si concatenano con altre che a loro volta rimangono incompiute, dentro la cornice di un’altra storia, quella del Lettore e della Lettrice che s’incontrano e s’innamorano. Un gioco tutto di testa, un esercizio di abilità narrativa (la tipica tecnica “combinatoria” di Calvino). Ma io vi ho letto anche tanta passione: la passione del leggere e del raccontare storie. È un romanzo fatto di inizi. Varrebbe la pena di leggerlo solo per il primo incipit, la descrizione del lettore-che-sta-per-iniziare-questo-libro. Ma è tutto un divertimento, un piacere ogni volta frustrato e interrotto, che non permette comunque al lettore di lasciare il romanzo a metà.
Calvino lo ha definito “un romanzo sul piacere di leggere”. Io aggiungo: il piacere di leggere e di cogliere a nostra volta il suo piacere di scrivere.

(Daniela Borsato)

Il commissario Montalbano affronta il solito fatto di mafia, dove truffe e delitti si intrecciano con una certa “fantasia” del crimine. L’ambientazione è nella metaforica cittadina di Vigàta e nel territorio circostante. Ma questa volta il Commissario, durante le indagini, si imbatte in un altro delitto misterioso e conturbante accaduto cinquant’anni prima: i corpi nudi di una coppia di giovani trovati in una caverna, custoditi da un cane di terracotta. Contro ogni logica, Montalbano si butta anima e corpo in questa indagine difficilissima e ne viene a capo, usufruendo dell’aiuto di singolari collaboratori: gli anziani del posto (la memoria storica). Si direbbe un’inchiesta in pantofole mista a “cenette in famiglia” con i piatti preferiti dal commissario buongustaio .
Si notano nel romanzo una grazia naturale nel raccontare, una lingua intrisa di dialetto antico e un miscuglio delle culture millenarie che dimorano in Sicilia, dove si sono succedute ben sedici dominazioni.

(Adele Chiappisi)

L’ennesima “ammazzatina” a Vigata, l’ennesimo caso da risolvere per il commissario Montalbano: stavolta deve trovare l’assassino di un informatore medico-scientifico tutto lavoro, amante e doppia vita. Ci riuscirà, come sempre del resto, ma ancora una volta il successo avrà un retrogusto amaro. Non c’è trionfo nella scoperta della verità, solo una dolorosa presa d’atto e un senso di compassione per le miserie umane: perché sono acque torbide e insidiose quelle nelle quali Montalbano deve muoversi per ricostruire una verità che molti hanno interesse a tenere celata. Due donne, ognuna a suo modo inquietante, sono le custodi dei segreti che il commissario dovrà infrangere per arrivare all’illuminazione decisiva, svelando così il loro gioco, il loro tentativo di fargli credere, come fece una volta suo padre quando lui era “picciriddro”, che la luna è di carta.
Prevale, in questo romanzo, una sensazione di profonda malinconia: è il passare del tempo, è “la vecchiaia che tuppia testardamente alla porta”, è quel pensiero ricorrente “Quanno viene il jorno della tò morti…” che sempre più spesso assale Montalbano nel dormiveglia, di prima mattina… ma ancora una volta quella malinconia si stempera nella graffiante ironia di Camilleri e nella sua godibilissima prosa che avvolge, canta e diverte.

(Monica Anelli)

L’ultimo romanzo di Andrea Camilleri si differenzia dagli altri suoi scritti e come lui stesso afferma “…non è un racconto storico né un racconto poliziesco, è un racconto fortunatamente inqualificabile”.
La vicenda è ambientata in una casa chiusa, durante la Seconda Guerra Mondiale”, ma malgrado la scabrosità delle vicende, l’autore dà delle “ragazze” non una descrizione degradante ed accusatoria: le presenta piuttosto come delle “vestali”; il protagonista Nenè e gli amici Ciccio e Jacolino, appena diciottenni, tengono con loro un rapporto direi cameratesco.
Fatto straordinario, dalla frequentazione della pensione Nenè si arricchisce spiritualmente, ascoltando le storie umane di quelle ragazze che vivono una specie di duplice vita.
La guerra comunque colpisce tutti: la donna, per quanto non direttamente in combattimento, è la più profondamente colpita, vittima non solo degli invasori, ma dei suoi più stretti congiunti; il protagonista e gli amici vengono coinvolti dalla vicenda bellica ed anche la pensione Eva non sopravvive ai bombardamenti. Solo due delle ragazze riescono, in maniera diversa, ad affrancarsi da quella triste vita: Siria con uno stratagemma riesce a sparire col suo amante, il baronello Nicotra di Monserrato, e Lulla sparisce per mare con Giugiù.

(Adele Chiappisi)

Non basterebbero dieci recensioni per parlare di questo libro, tante sono le cose da dire, i collegamenti che suggerisce, gli spunti che offre, le emozioni, gli immancabili confronti, i ricordi che, come flash-back, riporta alla memoria.
Restiamo, allora, nel romanzo. Anestetizziamo il personale e mettiamo dei confini, delle restrizioni, lì dove i confini andrebbero divelti, ma tutto ha un limite, soprattutto in una recensione piccola piccola…
Il libro è completamente autobiografico, Marie ha trent’anni e la Cosa, la malattia innominabile e inspiegabile, si è impossessata di lei tra incubi, angosce, paura di vivere e di morire, emorragie continue e secrezioni nauseanti...
La Cosa ha sempre covato in lei, da bambina, per trasferirsi definitivamente nel suo corpo, uscendo allo scoperto in manifestazioni umilianti e devastanti.
Tra la clinica e la tentazione del suicidio, lei sceglie la terza via, l’analisi. E racconta… “Il dottore sta chiaramente aspettando che mi decida a parlare.
-Dottore sono malata da molto tempo. Sono scappata da una clinica per venire da lei. Non ce la faccio più a vivere.
I suoi occhi mi fanno capire che mi sta ascoltando, che devo andare avanti…
-La psicoanalisi può sconvolgere completamente la sua vita-le risponde il dottore.”
Ma che cosa può sconvolgere la sua vita più di quanto non avesse fatto la Cosa con tutti i suoi tentacoli?
Per sette anni percorrerà il “vicolo senza uscita, fino in fondo, fino al cancello di sinistra da quell’ometto” che la porterà a rinascere, a liberarsi.
Un viaggio all’interno di se stessa lungo e faticoso, da cui Marie cercherà più volte di sottrarsi, ma la consapevolezza che andare avanti significa allontanare la Cosa la porta a proseguire, lentamente, dolorosamente, senza scorciatoie...
Il viaggio di Marie è un viaggio all’inferno, dal quale riemergerà affrancata, rinata, pronta ad andare avanti, a vivere.
Le parole per dirlo sono le parole che Marie usa per liberarsi, le parole strumento terapeutico, le parole unico mezzo, unico potere.
Sono le parole che riportano alla luce la Marie bambina, il suo passato, il rapporto conflittuale con la madre, il rapporto mancato con il padre, la paura nei confronti del proprio corpo, del sesso…
Una storia tutta al femminile, come femminile è il linguaggio, caldo, diretto, concreto, visivo.
Mi accorgo che di paletti ne ho messi tanti, per volontà e per incapacità.
Avrei voluto mettere in luce tanti s/punti che mi hanno fatto fermare nella lettura, tornare indietro, chiudere il libro e gli occhi, riflettere, passarmi una mano sulla fronte, talvolta sorridere. Mi fermo qui, però, con le mie poche povere “parole per dirlo”, ritagliate, frenate, spezzate, ma assolutamente desiderose di invogliarvi a leggerlo, trovarci un pezzetto di voi e sentirvi, come Marie nelle ultime righe, “una voglia di vivere e di costruire grossa come un pianeta.

(Maria Cristina Rosa)

La vicenda narrata in questo romanzo ha un percorso a parabola: la violenza, la prepotenza, la cattiveria sono legate l’una all’altra in una storia turpe e criminale. Il giovane protagonista, un uomo senza principi, vuole lasciarsi alle spalle un vissuto politico rivoluzionario che lo perseguita e che non gli ha permesso di realizzare quello cui aspirava: entrare nel mondo dei vincenti. La storia inizia in Sud America, dove egli viene incaricato dalla guerriglia di giustiziare un suo amico di militanza rivoluzionaria . Torna in Italia e per rifarsi una vita vende i suoi ex compagni in cambio di un forte sconto di pena; poi quando esce di galera fa una rapida carriera, sfruttando donne, truffando, esercitando ricatti e compiendo azioni criminali di ogni tipo. Grazie al suo fascino, al cinismo e alle relazioni sociali in un certo Nordest  assetato di denaro, passa dalla marginalità alla buona società e diventa un vincente. Carlotto usa la sua “cultura carceraria” per fornire un ritratto sconvolgente, realistico e impietoso  dell’Italia degli anni '70. Tanti hanno cercato di ricostruire, con disinvoltura, la loro purezza sociale e politica, prevaricando con ogni mezzo pur di avere successo, potere e rispettabilità.

(Alida Fonnesu)

Il racconto, vincitore del premio letterario nazionale “G.Dessi” (Villacidro 1995) è vivace e autoironico e si può definire romanzo di formazione (e di deformazione), di una vita costretta al vagabondaggio. Questo libro miscela il reportage giornalistico col «giallo di pura fiction» e sembra anticipare il genere delle opere successive dell’autore. Una lunga storia in cui  l’autore narra  le sue peripezie nel periodo della latitanza prima in Francia e, poi, in Messico. I temi affrontati sono tanti: il tormento della nostalgia, il desiderio di tornare in patria, i sensi di colpa per il sacrificio imposto alla famiglia, la rinuncia agli affetti e all’amore. Un’autobiografia lucida e dura.

(Alida Fonnesu)

La storia: nel 1900 un anarchico torna in Italia e si chiude in silenzio. Un secolo dopo un suo nipote arriva a Buenos Aires e si ferma in un hotel. Il protagonista scoprirà l’esistenza di un ramo della sua famiglia grazie ad una donna straordinaria. Un bellissimo romanzo/diario, basato si fatti e personaggi veri. In maniera completa e precisa lo scrittore, che è anche il protagonista,  descrive il modo in cui le persone sparivano, le torture fisiche e psicologiche,  la morte,  la sepoltura nelle fosse comuni. Parla anche del traffico di bambini, figli delle donne sequestrate, che venivano eliminate subito dopo aver partorito e del ruolo immorale della Chiesa e dei governi di tutto il mondo rispetto alla vicenda. Le reali  protagoniste sono, però, le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo, luogo mitico, in cui, tutti i giovedì, queste donne, simbolo della resistenza, del ricordo e della richiesta di giustizia, si riuniscono e marciano per tenere vivo il ricordo dei loro cari e perché coloro che agirono tanto spietatamente non possano dormire tranquilli.

(Alida Fonnesu)

Massimo Carlotto è nato a Padova ma vive a Cagliari: in questo libro incontriamo l’Alligatore, un ex- cantante di blues, Beniamino e gli strani personaggi che li aiuteranno a trovare la verità in un caso complicato. Il tema principale è l’assassinio di una donna che fa da sfondo alla realtà sociale che circonda gli avvenimenti.
La scrittura musicale e vibrante non riesce a nascondere del tutto le note del disagio e della malinconia. La lingua è vivace ed immediata.

(Alida Fonnesu)

Scorre via veloce questo noir di provincia dallo stile asciutto e dal ritmo incalzante, scritto a quattro mani da Carlotto e Videtta. Al centro della storia l’omicidio di una donna in procinto di sposare il rampollo di una delle famiglie più potenti del paese. Sarà proprio lui, giovane - e per certi aspetti troppo ingenuo e “puro” - avvocato destinato a succedere al padre nella conduzione dello studio di famiglia, a scoprire l’identità dell’assassino ma anche una serie di verità scomode e dolorose fino a quel momento nascoste sotto la patina di opulenza e rettitudine dell’operoso Nordest italiano. Sullo sfondo, i mali piccoli e grandi di una provincia dove il processo di industrializzazione ha lasciato dietro di sé un ambiente depredato e sacrificato alle fabbriche e un’illegalità diffusa a più livelli; e poi le “famiglie”, le grandi famiglie industriali custodi di ipocrisie e segreti inconfessabili, pronte a immolare i loro figli sull’altare del potere, del denaro, del perbenismo più becero e cieco. Francesco, il giovane avvocato, rifiuta di piegarsi a queste logiche e va alla ricerca della verità… che sarà amara, sì, ma anche - e soprattutto - liberatoria.

(Monica Anelli)

Leggete Carofiglio, gente: fa bene allo spirito e al cervello. È uno di quei felici casi in cui uno ha delle cose da dire e le dice anche in maniera straordinaria, con quella sua scrittura essenziale e leggera che fa volar via le pagine una dietro l’altra, che quasi ti dispiace di finire il libro troppo in fretta.
Carofiglio, magistrato di professione, si è inventato un personaggio di quelli che “bucano” la pagina, un giovane e tormentato avvocato barese alle prese con cause difficili, e ne ha fatto il protagonista di una serie di “gialli legali” arrivata finora al terzo episodio.
In questo, il secondo, l’avvocato Guido Guerrieri si imbarca nella costituzione di parte civile nella causa intentata da una giovane donna contro le violenze dell’ex-convivente. Causa che appare fin dall’inizio una vera e propria “mission impossible”: l’uomo, infatti, non è solo un noto medico della Bari bene, ma è anche il figlio di uno dei “baroni” del tribunale locale.
Guerrieri, che si esalta proprio nella situazioni più spinose, parte ancora una volta per la sua crociata, armato del suo profondo senso di giustizia, ma anche di intelligenza, perizia e passione. Intorno a lui si muove tutta una serie di figure che tracciano un quadro alquanto convincente della varia umanità che popola le aule di un tribunale di provincia.
Quello che mi piace di Guerrieri è il suo essere un personaggio solido, a tutto tondo: Carofiglio ce lo mostra anche nella vita privata, con le sue manie, i suoi passatempi, la sua complicata vita sentimentale. E il suo raccontarsi in prima persona, quel suo modo scanzonato e sincero di mettersi a nudo, quell’ironia tagliente che non lo abbandona mai, nemmeno durante le peggiori botte di malinconia, ce lo rendono istintivamente e immediatamente simpatico.
Raramente, dopo Montalbano, mi sono affezionata tanto a un personaggio.

(Monica Anelli)

Salve. Sono un avvocato. Uno dei tanti avvocati di cui si scrive. Volevo dire “di cui si legge” ma il gioco di parole mi è parso infame. Mi chiamo Guido. Vivo a Bari. Separato, anzi, lasciato da poco. Ho sofferto di attacchi di panico. Va meglio, grazie. La mia canzone preferita è Pezzi di vetro, De Gregori. Ma anche Simon and Garfunkel...
In the clearing stands a boxer,
And a fighter by his trade
And he carries the remainders
Of ev’ry glove that laid him down
And cut him till he cried out
In his anger and his shame,
“I am leaving, I am leaving”
But the fighter still remains
Lie-la-lie . . .
Mi piace la boxe. Mi ha aiutato molto, quando Sara è andata via. Non sono un duro, un vincente. Sono uno che lavora.
Tempo fa venne da me una donna, agronoma, di Assuan, Sudan. Mi parlò di un suo amico senegalese, un vucumprà, insomma, accusato dell’omicidio di un bambino di nove anni.
Una storia poco convincente, troppe prove, troppi indizi da parte dell’accusa per un avvocato in crisi. Eppure… Quale extracomunitario nelle sue condizioni avrebbe rifiutato il rito abbreviato, scegliendo un processo con pochissime possibilità di assoluzione? Lui lo fece….
Negli States questo sarebbe un legal thriller. A me sembra il racconto di un caso che ha ridato sapore alla mia vita e a quella di Abdoul.
Ah, non vi ho parlato di Margherita. Vi lascio la curiosità.
Il mare è ancora bello, a Polignano…

(Maria Cristina Rosa)

È un romanzo semplice “La ragazza di Bube”; semplici e umili sono i personaggi, essenziali, a volte quasi banali i dialoghi, come pure i sogni della protagonista, addirittura semplice la sua tragicità.
Una Toscana come sempre spettacolare e l’immediato dopoguerra fanno da sfondo a una storia d’amore pura e, a modo suo, romantica.
Mara è ancora una ragazzina quando s’innamora del partigiano Bube, arrivato per caso un pomeriggio con una pezza di seta gialla in dono. È un amore nato quasi per gioco, per un paio di scarpe con il tacco o poco più. Quasi inconsapevolmente, Mara si ritrova fidanzata con il partigiano di pochi anni più grande di lei, ma che ha già un passato tormentato da vicissitudini non del tutto chiare. Lo strano fidanzamento è sostenuto dal padre di lei, comunista rivoluzionario, e osteggiato dalla madre, indurita dalla morte del figlio, compagno di Bube.
Siamo negli anni confusi del dopo Liberazione e gli eventi trascinano Mara in una storia molto più grande di lei che, a poco a poco, da marionetta del destino diviene vera e propria protagonista, lei che sognava semplicemente una borsetta nuova, una casetta piccola ma pulita, un maschietto e una femminuccia.
Passano gli anni, e la ragazzina che aspettava il ritorno del suo Bubino, colei che per un sogno di gioventù ha rinunciato ad un futuro migliore, oramai si è fatta donna…
Quella che ci accompagna alla fine del romanzo è una donna coraggiosa, che ha saputo far maturare il suo amore crescendolo sulla fatica della lontananza, sulla struggente rimembranza dei pochi istanti di tenerezza realmente vissuti.
A distanza di più di quarant’anni dalla sua pubblicazione “La ragazza di Bube” rimane indubbiamente una lettura piacevolissima.

(Fanny Grespan)

 

Sandro Bulmisti, docente di estetica, negli ultimi tempi si è dedicato anima e corpo all’enigmistica e ha fondato una rivista, “I torni contano”. Improvvisamente è scomparso nel nulla. Se ne preoccupano, ma nemmeno troppo, i suoi colleghi e discepoli. Casualmente il giovane Ludovico, appassionato anche lui di enigmistica, acquista su una bancarella una copia della rivista e scopre che il professore ha lasciato un enigma in versi, una traccia che dovrebbe portare a lui. In realtà la verità da scoprire non è tanto il “dove” ma il “perché”. La caccia al tesoro porta il ragazzo a indagare in fatti accaduti prima della sua nascita, negli anni di piombo, in dolorose tragedie pubbliche e private, nella letteratura e nel cinema degli anni ’70. Uno spunto stimolante, un’idea avvincente, che forse si sarebbe potuta sviluppare meno frettolosamente e con maggiore attenzione alla logica del racconto e alla caratterizzazione dei personaggi. Tuttavia il meccanismo narrativo funziona e il racconto si legge con piacere. Basta non far caso, se ci si riesce, ai troppi punti esclamativi di cui Cerami costella i suoi dialoghi e alla strana, non si sa quanto ironica, idea di intrufolarsi in prima persona nella storia tra gli scrittori dell’epoca, piazzandosi senza alcun pudore tra Bertolucci e Pasolini.

(Daniela Borsato)

                                                      

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