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Un attimo… già, a volte basta un attimo e la vita prende una piega strana: Santo Denti, pubblicitario milanese di successo, si risveglia dolorante sul pavimento di un bagno della Scala durante la rappresentazione della Manon di Massenet, senza più coscienza della propria identità. Anzi, a dirla tutta è convinto di avere 14 anni di meno e di essere un piccolo spacciatore di cocaina nella Milano dei primi anni ’90, noto nel giro col nome di Trafficante: esattamente quello che era, in effetti, prima di darsi una ripulita e cambiare vita. Come se questo non bastasse, qualche ora dopo scopre anche di essere il principale indiziato in un assassinio: ha poco tempo per ricostruire la sua esistenza fino alla sera prima e per capire se e perché possa davvero aver ammazzato un uomo.
È un noir dal grande ritmo, questo: lo stile segue il rapido succedersi degli avvenimenti con frasi brevi e concitate; il passato riaffiora all’improvviso nei fotogrammi veloci e confusi che spezzano la narrazione, restituendo tutto il senso di angoscia di chi ha urgenza e paura al tempo stesso di ricostruire il proprio vissuto e la propria identità.
Santo/Trafficante è un personaggio ben definito, cui l’autore regala uno sguardo acuto e un’ironia tagliente: vista attraverso i suoi occhi, la Milano fredda e anonima che fa da sfondo al racconto è una città molto diversa da quella “da bere” che affiora dai suoi ricordi annebbiati; e l’amnesia è l’espediente narrativo che lo autorizza a criticare ferocemente il luogo e l’ambiente sociale nel quale ha vissuto e lavorato solo fino a pochi giorni prima.
Santo e Trafficante, diversi come il giorno e la notte, sono le due anime di una stessa persona: quale delle due sopravviverà?

(Monica Anelli)

Il mio nome è Sandrone Dazieri, come il mio autore. E come il mio Socio, quello che voi chiamereste alter-ego. Quando non lo chiamo Socio, lo chiamo l’Altro. Sono un tipo poco raccomandabile, sgangherato, schizofrenico, ex frequentatore di centri sociali. Il Socio è ben altro, è quello che mi lascia appunti dei fatti quando sono stravolto dai… fatti, quello che ha più i piedi per terra. Il concreto, insomma. La tizia che digita ‘ste robe con mani intirizzite non è il mio tipo ma lei pensa che, qualche anno fa, io sarei stato il suo, di tipo. Lasciamoglielo credere, cavolo, sta digitando di me. Parliamo della storia, però. E’ una storiaccia che si svolge tra Torino, Milano e Cremona, tra immigrati albanesi (uno ci rimane secco), un editore di stronzate porno, un’affascinante ragazza slava, e poi c’è Vera, una tipa di oggi. Compaiono i miei amici, tutti ex leoncavallini, compagni di tutto e di niente. L’altro Dazieri, quello che scrive,  è uno tosto. Abbiamo molte cose in comune, non vi dico quali. Lo scrittore è lui, ed è grande. Brillante, ironico, a tratti stralunato e surreale. Ricostruisce situazioni che richiamano il cinema, i fumetti, gli anni del movimento. Quando l’arte era tutto e tutto era arte.
Un’ultima cosa, non è un noir, un thriller o roba del genere. È giallo puro.
“Un grazie di cuore da me e dal mio Socio” (è l’ultima pagina, davvero) e visto che ci sono e che ci sei, tastierista, un grazie pure a te per aver scelto me e non, che so io… il tuo concittadino.
Se capiti a Cremona, ti porto alla trattoria del Sabbiaiolo, hanno un unico cd, Miles Davis, You're under arrest. Sorridi, adesso, eh?

(Maria Cristina Rosa)

“Basta, vado a vedere!” E dopo un‘ennesima notte insonne, Lucetta partì.
Aveva diciotto anni, era figlia di un Sottosegretario della Repubblica di Salò e, nata in Italia, viveva a Parigi.
Cosa voleva andare a vedere? Quello che succedeva in Germania, nei lager di concentramento, di prigionia militare, campi di passaggio, campi di stermino che però non si chiamavano così. E vi andò come lavoratrice volontaria, con un’organizzazione “che prometteva cose fantastiche”, amava raccontare.
Fu imprigionata perché partecipò ad uno sciopero e, uscita dal carcere, tentò il suicidio. Venti buste di veleno per topi.
Fu rimpatriata ma, giunta a Verona, gettò lo zaino con i suoi documenti e si infilò in un gruppo di deportati. Dachau.
Poi l’evasione e, tra una fuga e l’altra, si trovò a Magonza, dove, per tentare di salvare delle persone prigioniere sotto le macerie dopo un bombardamento, rimase incastrata nel crollo di un muro.
Uscì viva. Ma sulla sedia a rotelle.
E il racconto continua. L’ospedale, gli amici, il fidanzato, il marito, il figlio, la morfina, la disintossicazione…
La narrazione, autobiografica, non è cronologica e neanche sempre in prima persona.
E il perché del titolo si rivela alla fine, quando Lucetta racconta... “C’è un fatto che ho eluso. A forza di dire che ero stata deportata a Dachau ci avevo creduto. Ma non è vero. I miei compagni vennero trasferiti in quel lager. Io no. Fui rimpatriata.” Ma, giunta a Verona, butta via i documenti e si fa catturare volontariamente. E conclude: "…finalmente (ridevo tra le lacrime) anch’io sono stata picchiata, da sola, personalmente, adesso sono proprio come loro: bastonata sputata, in tutto come loro, non ricadrò nel mio ceto, mentre correvo correvo verso Magonza.”
Non è un caso se questo libro ha avuto una gestazione trentennale…
Chiudo gli occhi e vedo Lucetta di fronte a me, con il suo gatto sulle ginocchia. La voce dolce, a tratti incerta, a volte brusca. L’accento francese e quel modo di terminare la frase quasi arrotolando in fretta le ultime parole e lasciando che le mani, delicatamente, riempiano il silenzio con il gesto. E il suo sguardo. Quegli occhi neri e ribelli, profondi e scrutatori, quegli occhi dalle tante domande e dalle tante risposte. E, attraverso i suoi occhi, passano tutti i protagonisti del libro, anche quelli appena intravisti, che non hanno permesso al nazismo di distruggere la solidarietà. Quella forte, quella timida, quella scontrosa, quella nascosta.
Questo romanzo (romanzo di formazione?) non è una lettura piacevole. È un pugno allo stomaco, uno schiaffo sulla guancia, un getto d’acqua gelata improvviso. Perché leggerlo, allora? Perché “noi viviamo nell’ epoca della pubblicità e dell’ eufemismo, sotto il quale si maschera ciò che dispiace. Così si sono chiusi gli occhi sulla realtà del nazismo” (Luce D’Eramo)
E se riuscite a leggerlo una volta, leggetelo una seconda volta. Ripercorrete con Lucetta quelle strade che al primo passaggio appaiono in penombra e vi sarà più luce. Strade del cuore e della mente. Strade che portano all’altro, quell’“altro” verso cui l’odissea di Lucetta si è sempre diretta. L’uomo? La verità? Chi sono io per dirlo…

Maria Cristina Rosa)

Un libro del ’93? Ma che strana idea… Non so neppure se sia ancora in commercio. Ora ci sono le news, le novità, i best-sellers…
Però mi piace parlarvene ugualmente.
A Luce D’Eramo arrivai passando per Silone.
Adottai, non ancora adolescente, l’autore marsicano come padre spirituale (politico? intellettuale? di coscienza?) senza che lui lo sapesse. Non saprei se ora ne sia venuto a conoscenza ma credo di sì, tanto sono frequenti i viaggi nel suo paese, sulla sua tomba, nel Centro Studi a lui dedicato e, soprattutto, nei suoi libri.
Torniamo a Luce D’Eramo.
Conobbe Silone tardi, negli anni ’60. Gli inviò un manoscritto che tutti gli editori avevano rifiutato, la storia della crisi di un ragazzo comunista.
Lui le rispose e scoprirono di abitare vicino, dalle parti di piazza Vittorio.
La loro amicizia durò fino alla morte di Silone, in Svizzera. Luce D’Eramo scrisse due libri e diversi articoli sull’opera di Silone.
Quel manoscritto “galeotto” si intitola “I ruminanti” ed è stato poi introdotto, sotto forma di racconto biografico, in questo libro.
“Ultima luna” è una storia di vecchiaia e di amore.
Bruno Gordini, il protagonista de “I ruminanti”, è un giornalista di mezza età, che vive in Giappone da vent’anni, dopo essere andato via dall’Italia a causa di una crisi con il Partito Comunista (crisi vissuta dalla D’Eramo e, prima di lei, da Silone).
Sua madre Alfonsina vive in una casa di riposo.
Due storie si intrecciano, quella del rapporto tra Bruno e sua madre, nell’ ultimo periodo di vita di quest’ultima, e quella del sentimento che nasce tra Silvana, la geriatra che ha in cura Alfonsina, e lo stesso Bruno.
Non pensate: “Ma che razza di trama!”. È vero, è un libro che tratta temi non facili, la solitudine, la vecchiaia, la morte. Ma il sentimento che nasce tra Bruno e Silvana ha il sapore di un dono inaspettato, di qualcosa di delicato e sorprendente. ”Bruno ed io invecchieremo insieme”, promette Silvana ad Alfonsina morente. E qualcosa nasce, passa di mano, rimane.
Uno strano romanzo e una strana scrittrice, dallo stile asciutto, senza fronzoli, talvolta “crudo e sgarbato”, come lo definì Enzo Siciliano.
Mi piacerebbe parlare più a lungo di Luce D’Eramo.
Della sua particolarissima vita, degli altri suoi libri, del suo amore per i gatti, di come riuscii a conoscerla…
Se non vi disturbo troppo, la prossima volta…

(Maria Cristina Rosa)

Parigi, 1942: nella notte tra il 16 e 17 luglio la polizia francese, per ordine del governo di Vichy, arresta circa 13000 ebrei, in prevalenza donne e bambini, rinchiudendoli per diversi giorni nel Velodromo d'Inverno, paurosa anticamera dei campi di concentramento. Prima di essere prelevata con i suoi genitori dal suo appartamento nel Marais, la piccola Sarah riesce a nascondere il suo fratellino in un armadio a muro segreto, con l'intento di tornare a liberarlo qualche ora dopo. La bambina è ignara del destino che la accomunerà a migliaia di altri ebrei in quello che è ricordato dalla storia come "la rafle du Vel’ d'Hiv", il più grande rastrellamento realizzato nel Paese durante la Seconda Guerra Mondiale e uno degli episodi più vergognosi della storia francese.
Una sessantina di anni dopo, Julia, giornalista americana ma parigina di adozione, è incaricata dalla rivista per cui lavora di condurre un'inchiesta sui fatti del Vel’ d'Hiv: nel corso delle sue ricerche un passato sconosciuto e angosciante irrompe nella sua tranquilla esistenza borghese, sconvolgendola.
Il racconto è appassionante, ricco di pathos e ben condotto soprattutto nella prima parte, dove si alternano due diversi piani narrativi e temporali. Nella seconda parte del romanzo la tensione si allenta, il ritmo cala e la storia si avvia verso un finale che appare piuttosto scontato. Nel complesso, comunque, l'opera coinvolge ed emoziona soprattutto per la tragicità dei fatti che richiama alla nostra memoria.

(Monica Anelli)

 

Nel libro si racconta la storia sfortunata e inedita dei genitori di Ermanno Di Sandro che, nel 1956, emigrarono negli Stati Uniti viaggiando sulla gloriosa nave di linea italiana Andrea Doria, orgoglio nazionale. Erano in cerca della "terra promessa", ma la nave, nella notte tra il 25 e il 26 luglio, fu speronata dalla Stockholm, nave passeggeri svedese con la prua rinforzata. Il disastro della vicenda è narrato con insolito spirito di partecipazione, visto che durante le operazioni di salvataggio perì la sorella Norma di appena 4 anni. Quell'evento ha segnato profondamente la vita dell'autore. Sebbene sia nato due anni dopo, la presenza della sorella è stata per lui sempre costante. Ermanno Di Sandro è certo che il suo angelo custode sia proprio Norma e racconta di alcune grazie ottenute per sua diretta intercessione. Il suo affetto per lei è talmente grande che si dice infine certo che tutti coloro che pregheranno per Norma avranno un sostegno da Lei. Tra l'altro chi ha avuto modo di seguire sui canali RAI la puntata di "Ulisse" - l'interessante trasmissione curata da Alberto Angela - sul naufragio dell'Andrea Doria, avrà potuto notare che il dramma di Norma è stato illustrato fin nei minimi dettagli. E così quello che poteva sembrare un freddo e distante documentario, per chi ha letto il libro assume invece i contorni di una dolorosa ed intima vicenda familiare.

(Giuseppe Landolfi)

Un ragazzo di 13 anni, Pietro, scrive ogni giorno, più volte al giorno, a Marianna, una donna molto più grande di lui alla quale lo lega un rapporto unilaterale forse d’amore, forse una fantasia, chissà. A poco a poco quella che sembra una romantica infatuazione adolescenziale si trasforma in un’ossessiva, disperata, concreta richiesta d’aiuto. Pietro ha bisogno che qualcuno aiuti lui e sua sorella, “la mocciosa”, a salvarsi da una strana, misteriosa, spaventosa situazione familiare. Inizialmente sembra la storia banale di una separazione, di genitori distratti e ostili tra loro, una vicenda come tante altre. Ma non è così: la storia prende i contorni di un giallo, Pietro intuisce il pericolo e il male che emana dai perfidi Nespola ai quali i genitori hanno affidato i ragazzini; una madre indifferente e sprovveduta e un padre vittima di gravi errori non possono aiutare lui e la “mocciosa” a liberarsi. Se gli adulti sono cattivi o irresponsabili dovrà fare l’adulto lui, anche se non ne ha voglia e l’unico suo desiderio è la normalità: la famiglia, la scuola, l’amore per la compagna di banco. L’unico aiuto che potrà dargli Marianna è la testimonianza di quanto è accaduto.
Una storia angosciante, ma a tratti anche divertente, di solitudine e paura, di rivolta contro un mondo adulto incapace di dare le semplici banali risposte che cerca un ragazzino come tanti altri, solo più sensibile e coraggioso.

(Daniela Borsato)

                                                      

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